La folla stringe la piazza ma i leoni sdraiati sullo scalone osservano il via vai della festa con la stessa smaliziata indifferenza di sempre. Dalla cattedrale escono lentamente i grandi crocifissi dorati, argentati, tintinnanti. Altissimi, i Cristi oscillano sopra gli uomini delle Confraternite vestiti di cappe bianche e colorate, che li sostengono entro una fondina di cuoio appoggiata alla pancia, le mani raccolte dietro la schiena, la testa leggermente inclinata in avanti, in un gioco di equilibrio uguale da secoli, da quando esistono le Casacce, confraternite di misericordia, di preghiera e di oratori sontuosi. I purtuei, i portatori, sono circondati dai compagni, stramuei, sollevatori, incaricati di sollevare ogni tanto il pesantissimo crocifisso e di ridiscenderlo entro la fondina di un altro portatore, ché non sarebbe possibile per un uomo solo sostenerlo per tutta la durata della processione.
San Giovanni Battista è il patrono della città, le sue presunte ceneri furono portate a Genova dai Crociati di Terrasanta e dal XV secolo riposano in un’arca di argento dorato, gioiello artistico della cattedrale. La sua festa riunisce in San Lorenzo la popolazione e le Confraternite della città per tramandare in forma cattolica antichi riti agricoli precristiani di cui né i fedeli né i portatori sono forse mai stati coscienti, in questa città priva di grano e di pianure. La processione parte, lascia la cattedrale per scendere lungo via San Lorenzo fino a Caricamento e a palazzo San Giorgio; si muovono i crocifissi col Cristo rivolto all’indietro, forse perché non veda le vele degli Infedeli che potrebbero apparire all’orizzonte; tintinnano le decorazioni in argento che ingigantiscono le già grandi braccia delle croci, oscillanti al passo danzante dei portatori, un saltellare giocoso come di danza contadina sull’aia, mentre i cantunè, i vigili urbani, aprono loro il varco lungo la strada tra la gente devota, curiosa e fotografica. A tappe, a canti, a preghiere si arriva in porto, nel porto turistico e organizzato dell’Expo che un tempo fu il porto marinaio e poco addomesticato della Ripa, dove l’arcivescovo compie l’antico rito cristianamente pagano della benedizione del mare, il mare fonte di ricchezza per i genovesi, pianura azzurra e indefinita, fertile di pane ottenuto non macinando farina ma navigando e commerciando.

(Pubblicato nel libro “GENOVA” edito dalla SAGEP nel novembre 2000)

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