Dopo qualche anno di decadimento fisico e mentale è morta la Nella, una vecchia cugina di mia mamma, alla veneranda età di 93 anni, nella sua grande casa di Carignano; ultima erede, nubile, di una famiglia dell’alta borghesia ligure, emblema per me, sin da bambino, della vita, dello stile e dei costumi dell’alta borghesia genovese-sabauda di fine XIX secolo. Ricordo la “zia Angiolina”, cugina prima di mio nonno materno (era la mamma della Nella, dei suoi due fratelli Tito e Gianni e di sua sorella Rina, l’unica che si sposò, pur senza aver figli), matrona antichissima e eternamente seduta in poltrona nella villa di Ormea sotto i pini argentati e l’ippocastano, morì a 95 anni (la zia Angiolina, non l’ippocastano, che è ancora lì, finché qualcuno non lo taglierà con la scusa che le radici rovinano le fondamenta e rischia di abbattersi sul tetto, già i pini sono iti nel mondo dei più per le stesse ragioni, vere o presunte); d’estate si andava a salutarla e ricordo che diceva che io ero un bambino simpatico (metà anni 60) perché accettavo di baciarla (o di farmi baciare) sulla guance, che i bimbi di solito non amano il contatto coi vecchissimi.
Insomma, la Nella e la sua casa di Carignano, e la villa di Ormea, chiusa da qualche anno, adesso gli eredi la riapriranno, forse, sono stati il mio contatto concreto in parole e quadri e aneddoti con l’Ottocento, con l’inizio Novecento, un po’ come i francobolli di Umberto I e dei primi anni del regno di Vittorio Emanuele III, quando sentivo parlare dell’Italia umbertina, delle colonie, magari anche di Bava Beccaris, o di Rubattino, dell’emigrazione in America, di tutte quelle cose così, che ai bambini d’oggi sembrano senz’altro preistoria, neolitico superiore, io pensavo alla Nella (che in realtà si chiamava Olga) e alla sua famiglia. Oppure a mio nonno Attilio (che era Giovanni), il cugino della zia Angiolina, “ragazzo del Novantanove”, e ai suoi racconti della Grande Guerra sul Pasubio e sul Grappa, e di quando diceva (in dialetto torinese – anni 60 e 70) che gli operai hanno la macchina, cosa vogliono ancora – e non perché fosse un fascistone, solo perché da buon borghese sabaudeggiante pensava in buona fede che la macchina fosse un lusso riservato ai ricchi e ai colti, ora che ce l’hanno tutti beh, che altro si può desiderare di più? E poi diceva “bastimento, piroscafo, apparecchio – sarebbe l’aereo, cinematografo – sia nell’accezione di cinema, com’è, sia nell’espressione “non fare il cinematografo”, nel senso non far casino; chissà se lo Zanichelli la riporta come voce arcaica o desueta) Cambia la lingua italiana, eh? Andava a pescare le trote nel Tanaro, a Ormea, il nonno, ed erano buone, piccole ma ruspanti, non di allevamento, gustose assai.

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