La storia, per così dire, ma anche i miei nuovi e ormai soliti pensieri da marito.
La storia e la scienza, e la casa nuova di Genova. Giusto per mettere insieme il cosmico e il quotidiano.
Leggevo qualche giorno fa su Airone un articolo sulla vita e l’evoluzione delle stelle, che per la verità non mi ha detto granché di nuovo, ma ho posto attenzione a una cosa in particolare, in merito al sole, stella gialla di mediocre grandezza, diciamo un travet dell’universo, un modesto impiegato d’ufficio pubblico, se anziché una stella fosse un uomo potrebbe avere 50 anni, la pancetta e una diffusa calvizie, e leggere la Gazzetta dello Sport. Nel senso che è una stella banalotta come tante, e, ed è questo che ho notato, fra 5 miliardi di anni morirà, dapprima espandendosi in volume e rarefacendosi in massa, aumentando il suo diametro sino a oltrepassare l’orbita di Marte, indi si rimpicciolirà in nana bianca, se ricordo bene. E amen.
Ma non è il sole che mi interessa ora, ciò che mi ha fatto pensare è il fatto che, se lui fra 5 miliardi di anni inizierà quest’agonia espandendosi fin oltre Marte, si mangerà i pianeti più vicini, tra cui la Terra. Ergo la terra fra 5 miliardi di anni verrà distrutta. Quindi, siccome oggi ha circa 4,5 miliardi di anni, è arrivata a metà della sua esistenza. La Terra è, dantescamente, nel mezzo del cammin di sua vita. Metà della sua lunga e affascinante esistenza è già trascorsa. All’incirca come me, che sicuramente ho avuto e avrò un’esistenza come essere umano assai meno peculiare di quella della Terra come pianeta, ma insomma, averne già metà alle spalle non è roba da riderci su; da leone o da pecora che sia la propria esistenza.
Certo, può succedere che gli astronomi si sbaglino e che al mondo resti ancora, che so, 15 miliardi di anni da vivere. Come agli uomini succede di tirar avanti più del normale. Ma, io per me, se non sarò come la mamma del prof. Bedarida, che a 104 anni compiuti gioca a carte, guarda la tv e fa la settimana enigmistica, o come il Gigi “della Vignola” a Voltaggio, che a 99 anni e 10 mesi va a messa da solo, elegante col cappotto cammello, cappello e bastone da passeggio, camminando lento ma camminando da solo senza aiuti; se sarò normale, fra altri 42 anni potrei essere già ito.

E tutto ciò mi ha portato a due pensieri diversi, uno cosmico l’altro casalingo. Primo pensiero: è un caso, o ha una sua ragione ben definita (anche solo scientifica, non necessariamente teologica) che l’uomo, l’unica (finora) specie vivente terrestre dotata di intelligenza e di coscienza speculativa, sia comparso sulla terra proprio a metà della vita di questo pianeta? Un pianeta può ospitare vita intelligente (supponendo che fra i tanti dell’universo qualcuno la ospiti, oltre al nostro) in qualunque momento della sua storia o c’è un periodo ad hoc, magari proprio quando inizia il viale del tramonto? 4 miliardi e rotti di anni la terra, forse 3 miliardi di anni la vita sulla terra. Ora, all’inizio della discesa, arriviamo noi Homo sapiens, e ci guardiamo intorno, siamo la coscienza della Terra, e constatiamo che da adesso in poi il passato sara’ più lungo del futuro.
Il futuro… Fino a qualche anno fa, dieci anni fa, forse meno, facevo progetti sogni speranze fantasie proiettate nel futuro ed esso era eterno, infinito. Lo dicevo spesso, che vivevo e ragionavo come se io fossi eterno, come se ciò che non riuscivo a fare hic et nunc avrei potuto farlo comunque, prima o poi, tanto il tempo non mi sarebbe mancato… sposarmi, trovare un lavoro fisso, leggere la Recherche, far figli, visitare la Patagonia e l’Antartide, la Polinesia, il Tibet……, imparare l’arabo, andare in viaggio con Avventure nel Mondo, migliorarmi nel suono della chitarra e suonare tanto, curare attentamente il bosco di Prale e i giardini di Ormea e Voltaggio, continuare indefinitamente ad acquistare libri da leggere prima o poi, e rileggere i migliori di quelli già letti… Poi ho iniziato a dubitare di riuscirci, ho constatato che il tempo realisticamente a mia disposizione non mi sarebbe bastato per far tutto ciò che avrei voluto fare. Che dovevo scremare, scegliere: sposarmi, beh, è successo, non l’avrei detto. Trovare un lavoro fisso c’ho rinunciato, neanche ne ho più voglia. Leggere la Recherche, beh, grazie a Uge che mi ha regalato il Natale scorso Dalla parte di Swann, primo tomo del malloppo, ho iniziato a farlo, continuerò. Far figli…. qui il tempo è veramente tiranno, non mi aspetto molto. Magari nulla. Per fortuna non ne sento la mancanza. Io, almeno. Poi chissà…. Visitare la Patagonia e l’Antartide, la Polinesia, il Tibet…… è ancora possibile ma, immagino, o la Patagonia o il Tibet o… non tutto. Imparare l’arabo c’ho provato pochi anni fa ma richiede troppo impegno se fatto come hobby, resterà per sempre un desiderio irrealizzato. Avventure nel Mondo chissà, ma se o io o Donatella non diventiamo più ricchi… curare i possedimenti di famiglia appena appena, una scappata ogni tanto a Ormea e Prale o a Voltaggio, figuriamoci adesso che c’è anche Sanremo cui badare! Bisognerebbe viver di rendita e non lavorare mai.

Continuare indefinitamente ad acquistare libri da leggere prima o poi, e rileggere i migliori di quelli già letti. Ecco il riferimento ai discorsi caserecci di pochi giorni fa: mi viene in mente uno scritto del sommo Borges, dove dice che di quei libri che stanno sugli scaffali della sua biblioteca ve ne sono alcuni, e lui ora non può sapere quali, ma è certo che ve ne sono alcuni che non aprirà mai più nella vita, e altri che sfoglierà forse ancora una volta sola, prima di morire. Perché (continuo io), terminati di essere letti la prima volta, per la maggior parte dei libri essa è anche l’ultima, e continuano a vivere feticisticamente in carta e inchiostro sulle librerie, ma in parole e pensieri, ovvero nella loro reale essenza, o vivono dentro la memoria e la mente di colui che fu il loro lettore o non vivono più. Perché il lettore non li rileggerà più, anche quando, come faccio io, segno con un’orecchia le pagine che contengono frasi in qualche modo “belle”, “importanti”, frasi su cui vorrei ritornarci, che mi riprometto di rileggere in seguito, ben sapendo che ciò non accadrà mai, che se la mia casa non brucerà prima, io morirò, domani o fra 60 anni, con qualche centinaio di libri sugli scaffali e un impreciso numero di orecchiette alle pagine da rileggere. Mai rilette. Perché il tempo quotidiano, scarso in fondo, che dedico alla lettura va in parte nelle riviste, ogni mese nuove, sia Airone o Medioevo o Bell’Europa o…, in parte nei libri nuovi che comunque ogni tanto compro, in parte in qualche libro già in casa, di famiglia, nuovo per me, e quando resta il tempo di rileggere il già letto? Se c’è una cosa che mi da il senso di “freccia del tempo”, di ineluttabilità dello scorrere del tempo, di Tempus fugit, questa è proprio il vedere i miei libri intorno a me e rendermi conto che essi vivono solo in ciò che ricordo di essi e in ciò che hanno messo dentro di me per farmi ciò che sono. Ma loro libri in senso fisico, col loro corpo di carta e inchiostro, potrei per assurdo buttarli via, che tanto non li rileggerò mai più. Li tengo solo per feticismo, appunto, perché per un buon lettore pensare di buttar via un suo libro è come chiedere a un prete di buttar via un crocifisso. E non mi si dica che bestemmio.

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