Tra le varie cose che mi piacciono del mio precario lavoro c’è che quando sono in giro nell’entroterra – come in questo periodo – ho la possibilità di pranzare in trattorie rustiche, quelle dove per 10-12 euro prendi primo, secondo, dolce/formaggio, acqua, ¼ vino e caffè. Oltre ad essere economiche, queste osterie sono interessanti per il tipo di umanità che si siede ai loro tavoli nei giorni feriali, operai Enel e Anas, muratori, contadini… Lì mangia la gente che lavora davvero, gli italiani che con le loro tasse sostengono i pensionati d’oro, i politici, i calciatori, i supermanager, gli operatori di borsa, i populisti arrabbiati, quelli decaduti e un sacco di altra gente di dubbia utilità sociale.
Uno dei posti migliori della Liguria in questo senso è la trattoria K2 appena fuori Altare sulla strada per Màllare. Altare, entroterra di Savona, là dove c’è il colle di Cadibona (che infatti si chiama anche Bocchetta di Altare) che separa geograficamente le Alpi dagli Appennini, già capitale dell’artigianato e dell’industria del vetro, ricca di edifici liberty, al centro del grande Bosco di Savona terra di cinghiali e caprioli….
La Trattoria K2 la conobbi circa 8 anni fa nei miei girovagari per un lavoro molto simile a quello che mi ha portato lì lo scorso giovedì, ed erano anni che ci volevo tornare perché allora mi era proprio piaciuta.
Sensazione confermata: affollata di uomini di tutte le età lavorative, solo un paio di donne, un tempo sarebbe stata anche greve di fumo di sigarette ma per fortuna oggi non si fa più; lasagne al forno, lonza tonnata con piselli, 3 fette di formaggio, acqua, vino, caffè, 10 euro, ovviamente con ricevuta. Appena entrato e seduto mi sono accorto di non avere neanche una banconota da 5 nel portafoglio, ho avvisato il grosso padrone del locale (niente bancomat), mi ha detto “non ti preoccupare, adesso siediti e mangia poi vai ad Altare, prelevi e torni a pagare”. In realtà poi con gli spiccioli a 10 euri ci sono arrivato ma davvero non sembrava preoccupato. Si vede che non ho la faccia di quello che scrocca e scappa.
Il vino non chiedi “un quarto, mezzo litro” no, ti sbattono davanti una bottiglia intera e bevi quel che vuoi. Io per non farne aprire una a vanvera ho preso quella del mio vicino di tavolo che stava finendo il suo pranzo ed era metà piena, un signore di una settantina d’anni con cui abbiamo fatto qualche chiacchiera sul tempo, la neve incipiente, mi ha raccontato di alcune grandi nevicate della sua gioventù, di quando andava a prendere la fidanzata sotto la neve con la Cinquecento con le gomme chiodate, cose così.
Piccole cose, un locale senza niente di memorabile, niente di artistico o di ricercato, popolato da un’umanità anonima, gente che non ha né l’abbigliamento né i lineamenti fisici per andare in tv, gente ben diversa da quel guidatore di suv tutto elegante che la mattina dopo a Genova, in via Ceccardi, non riusciva a entrare nel posteggio col suo ippopotamo tronfio e luccicante. Gente che mi ricordava certe persone di Voltaggio, amici di gioventù di mio padre. Il mio compagno di tavolo mi faceva pensare a Bepin du Cian, (Giuseppino del Piano, in lingua nazionale), uno degli amici voltaggini a cui mio padre era più affezionato, quando si andava su una mattina della settimana prima di Natale a comperare i panettoni e la mostarda dal Castan e dal Mimmo si faceva sempre un salto al bar in piazza a salutare Bepin du Cian, che inevitabilmente era lì. Poi ha smesso di essere lì al bar la mattina, ho il sospetto che l’alcool mattutino abbia un po’ accelerato il suo distacco dalle cose del mondo. Chissà se il tizio con cui ho condiviso il tavolo alla trattoria K2 di Altare passa anche lui le mattine d’inverno al bar a bere gotti di vino da pochi soldi e a chiacchierare con gli amici, chissà…

(Scritto il 2 dicembre 2013)

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