Nel paese di Mérigny, dipartimento dell’Indre (numero 36 sulle targhe), Francia centrale, c’è la cappella di Plaincourault, del XII secolo. All’interno c’è un affresco che raffigura il Peccato Originale: ci sono Adamo ed Eva e il Serpente attorcigliato intorno all’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, quello i cui frutti i nostri ur-antenati non avrebbero dovuto mangiare (Gen 2,17). Però qui non è un albero normale, è un fungo: un’Amanita muscaria, l’ovolo coi puntini bianchi sul cappello di colore rosso, ben noto ai fungaioli che preferirebbero trovare l’Amanita cesarea, l’ovolo buono altrettanto rosso ma senza puntini, ma che dalla presenza dell’A.muscaria deducono la possibile presenza in zona dei funghi porcini, con cui essa condivide ambiente e periodi di maturazione. L’Amanita muscaria è un fungo psicoattivo che se ingerito porta a “ebbrezza simil-alcolica, formicolio, blande allucinazioni visive e olfattive, depersonalizzazione, sensazione di sognare, depressione, talvolta agitazione psicomotoria, talvolta nausea e vomito”. Non si muore, insomma, ma si esce di testa almeno un po’.

Io non ho mai visto quella cappella romanica francese (ma appena mi sarà possibile ci andrò), ne ho scoperto l’esistenza leggendo un libretto della Xenia “Gli allucinogeni tra storia, mistica e magia”, autore Massimo Centini. E ho scoperto l’esistenza della “etnomicologia del cristianesimo”: micologi, storici dell’arte, studiosi delle religioni che studiano la presenza nell’arte cristiana dei funghi “enteogeni” (contenenti sostanze psicoattive e allucinogene che favoriscono esperienze mistiche e spirituali) collegandoli a tradizioni storico-teologiche precedenti, fino all’antico ebraismo. Un mondo di cui fino a pochi giorni fa ignoravo l’esistenza, anche l’aggettivo “enteogeno” mi era del tutto ignoto; un mondo che però mi incuriosisce, e che per quel che ho capito non si limita affatto a un affresco romanico in una cappella perduta nel centro della Francia.

La notizia sul fungo biblico mi è sembrata interessante perché mi porta a pormi la stessa domanda che si è posto l’autore del libretto: la “conoscenza del bene e del male” per la quale si rovinarono i buoni rapporti tra Dio e quell’uomo che Egli aveva creato a Sua immagine e somiglianza, passa forse attraverso stati alterati di coscienza? Per “diventare come Dio conoscendo il bene e il male” (Gen 3,5) occorre uscire dalla razionalità e dar briglia sciolta alle parti meno controllabili della psiche? Gli sciamani siberiani direbbero di si, credo. E anche i greci che partecipavano ai misteri dionisiaci, i Dervisci danzanti e certi mistici cristiani. Direbbero di si tutti coloro che in ogni continente in ogni epoca storica per avvicinarsi al Divino hanno usato sostanze psicotrope – funghi ed erbe allucinogeni, bevande alcoliche, il soma degli indù vedici, l’haoma degli iranici, il peyote e forse ce ne sono altri. Non so se esistano testimonianze di uso di sostanze alteranti da parte di quei santi che nelle loro estasi “si univano misticamente con Cristo” (es. Santa Teresa d’Avila) ma se ci fossero non troverei ragioni per stupirmi o per criticare. 

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