1. Di Libereso Guglielmi ne scrissi già una o due volte diverso tempo fa: tutti coloro che amano le piante e la parte vegetale del mondo dovrebbero conoscere questo sanremese bianco per antico pelo, 86enne candido di capigliatura e barba entrambe foltissime e ricciolute, che è uno dei mostri sacri della botanica e del giardinaggio italiano, europeo e mondiale del XX secolo (e anche del XXI, per ora).
Libereso, nessuno lo chiama per cognome: è come il confetto Falqui dei Caroselli della mia (e di molti di voi) infanzia: basta la parola.
Libereso trascorre la sua attiva vecchiaia andando a fare conferenze e lezioni, visitando lucertole ocellate ferite ed Euroflora, dipingendo ad acquerello fiori ed erbe e “coltivando” in senso prima spirituale e poi anche pratico il piccolo-ma-immenso giardino di casa sua, abbarbicato alle ex-fasce agricole delle colline ormai affollate di condomini anni ’60 sopra il centro di Sanremo.
Famoso, il giardino-giungla di Libereso, presso gli appassionati: noto per essere un “hortus conclusus” profondamente, assolutamente vegetale inserito in un contesto totalmente urbano. A indicare che volendolo (e sapendolo fare), anche il più banale lembo di terreno cittadino racchiuso fra palazzi e garage può diventare un piccolo “paradiso” nel senso etimologico del termine, cioè un giardino lussureggiante diverso e distinto (e migliore) dall’ambiente circostante arido e privo di vita.
E poco importa che alcuni vicini aridi di spirito (che è cosa ben diversa dai pauperes spiritu che Gesù diceva beati) gli abbiano fatto tagliare due avocadi con il pretesto che erano troppo alti. Piante di millanta specie e diverse altezze, dall’erba all’arbusto all’albero, vivono e fioriscono e si riproducono nel piccolo vastissimo giardino a fasce e gradoni, fra terrazzini pieni di vasi fioriti, omaggi di amici e ammiratori che gli portano piante dal Cile e dall’Australia, mormorii d’acqua e un laghetto con ninfee e pesci rossi (ok, non è lo stagno delle ninfee di Monet a Giverny ma nel suo piccolo…). E fra i colori e i profumi del giardino del giardiniere-di-Calvino poco importa che dalla strada sottostante salgano i rumori delle auto e delle moto.
Grazie quindi a Donatella che per il mio 52esimo compleanno, ai primi di aprile, mi ha “regalato”, insieme ad alcune amiche sanremesi, una visita al giardino di Libereso, che conoscevo di fama da lungo tempo e avrei da lungo tempo voluto andare a visitare. E grazie anche al padrone di casa, che ci ha regalato uno dei suoi schizzi acquerellati strappato lì per lì dall’album su cui disegna e dipinge i fiori e le piante in mezzo a cui vive e ha vissuto.

Non so se Libereso parli alle piante come fanno in tanti (lo fa Donatella e lo faccio anch’io, che parlo a passiflore e plumbaghi con lo stesso tono e le stesse parole che uso per parlare ai gatti e ai merli e agli amici). Certamente lui e le sue piante comunicano fra di loro. Forse comunicano col pensiero, ma tanto le piante non risulta che abbiano le orecchie..
Secondo me parlare con le piante, ad alta voce o nel silenzio del pensiero, è una forma di comunicazione con Dio.

2. Il mio piacevole e un po’ vagabondo lavoro mi ha portato recentemente nelle Marche, a bazzicare Presidi Slow Food nelle colline di Jesi e progetti di energia eolica “delicata” nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Mi pare fossero undici anni che non mettevo piede nelle Marche, regione pluralia tantum. Amo le Marche, non nel senso che vorrei viverci (ben sapete che l’unica terra che per me è davvero “home” è Genova e la Liguria. Con qualche valle delle Alpi cuneesi in supplemento) ma nel senso che trovo che il paesaggio quasi toscano di quella regione sia uno dei più meravigliosi paesaggi natural-umani d’Italia e quindi d’Europa.
Ma poi ci sono le Marche “non marchigiane”, cioè quella parte di regione che esula dallo stereotipo “Mirava il ciel sereno, le vie dorate e gli orti, e quinci il mar da lungi e quindi il monte”. Un signor stereotipo peraltro, e non solo perché queste cose le ha scritte Leopardi… Ma ci sono anche le Marche fatte di montagne e di città portuali. Ovvero i monti Sibillini e Ancona.
I monti Sibillini, più che Marche sembrano gli altipiani dell’Asia centrale: sopra i boschi ci sono pascoli aperti al vento e neve sui monti tondi, altipiani erbosi senza un albero e senza gente, nuvole vaganti da un capo all’altro del cielo… Capisco che Leopardi abbia scritto il canto notturno del pastore errante dell’Asia, per ispirarsi gli bastava fare i pochi chilometri da Recanati a Visso e al passo di Gualdo che scende verso Castelluccio di Norcia, che è Umbria ma solo per poche decine di metri di strada; e le strisce di plastica rossa e bianca che sventolano al vento appese sui pali antineve gialli e neri dell’altopiano di Castelluccio sembrano tante bandiere di preghiera tibetane, non stupirebbe incontrare lungo la strada deserta un monaco buddista che recita Om Mani Padme Hum.
Sono posti poco famosi ma bellissimi, che meritano di essere conosciuti in primis per il benessere spirituale di chi li va a conoscere, poi per sostenere l’economia e la vita sociale di queste terre che come tutti i luoghi di montagna dove non ci sono impianti di sci alpino sono a rischio di spopolamento e sarebbe un peccato. W quindi i parchi come questo dei Sibillini, che servono a tutelare la natura, i lupi e i camosci ma sono utili soprattutto a fare conoscere queste affascinanti terre “secondarie” e a portar turisti e soldi necessari a chi qui ci vive e ci lavora, anche con qualche fatica, amando la propria terra.

Dai monti al mare: Ancona sembra Savona; nel senso che è una città portuale con le navi a ridosso delle strade e delle case, non c’entra davvero niente con le altre città delle Marche, capisco che ai marchigiani “normali” non piaccia. Il simpatico responsabile del Presidio Slow Food della cicerchia di Serra de’Conti me ne aveva parlato come di una città “caotica, rumorosa, con tanto traffico… insomma brutta”. Diversa da Jesi, da Osimo, da Fermo, da Camerino, anche da Pesaro che pur è sul mare… certo Ancona è diversa, ma brutta proprio no. Semplicemente non è una città marchigiana, starebbe benissimo in Liguria, cugina appunto di Savona. O magari di Salerno, o di Cagliari. Mi è piaciuta, Ancona, mi sono trovato come a casa mia, in quelle 5 ore che vi ho trascorso. Splendida l’acropoli con la cattedrale romanica di San Ciriaco (non De Mita, per chi se lo ricorda ancora).

Il bello del viaggiare senza urgenze di tempo e di appuntamenti è che magari a volte cazzeggio sull’andata e sul ritorno… Al ritorno ho tagliato l’Italia centrale (Jesi-Gubbio-Cortona-Siena-Pisa.. e solo lì ho preso l’autostrada per arrivare a Genova e poi a Sanremo prima di notte), e nel mentre del viaggio mi sono fermato all’abbazia di Farneta, nella piana sotto Cortona. Farneta è un’abbazia antica ma piccolina, una chiesetta tranquilla e silenziosa nella campagna toscana, uno di quei luoghi “dello spirito” di cui tutti abbiamo bisogno anche quando non ci pensiamo e non ce ne rendiamo conto. Farneta è uno di quei posti dove ci passo una volta molto molto raramente ma è bello sapere che esistono posti così, luoghi distanti dalla quotidianità della vita di tutti i giorni e di tutti gli anni ma che stanno lì ad aspettare un tuo ritorno con pazienza, e quando ci arrivi per una visita anche solo di quindici minuti ti accolgono volentieri e ti aprono le porte e ti salutano a modo loro, senza parole ma con la luce delle candele e delle finestre delle absidi o col baluginio muto del crocifisso di legno appeso al muro, e ti dicono “benvenuto, son contento che sei tornato a trovarmi, ti trovo bene caro Gianni, solo un po’ più grigio di capelli (ma non li hai persi, bravo!) e adesso di’ una breve preghiera poi riprendi pure il tuo viaggio, io resto qui e spero che verrai ancora a trovarmi, magari fra altri dieci anni ma non ti preoccupare, io sono qui a fare l’abbazia da undici secoli, cosa vuoi che siano dieci anni in più o in meno per me…
Il mio primo incontro con questa piccola chiesa toscana risale ai tempi del campo invernale con gli scout a Cortona nel 1979 (se non ricordo male). Il secondo data al dicembre 1991 e ho una foto fatta lì con Andrea “Ada”, Andrea B. e Anna S. e col vetusto parroco di allora; poi un’altra foto con Donatella nell’agosto 2000. Stessa chiesa, tre situazioni differenti. Oggi siamo nel 2011, a Farneta ci passo davvero ogni dieci anni circa. Spero di tornarci intorno al 2020, vi terrò informati…
[[[[ nota di molto successiva: ci sono tornato per la quinta volta nell’agosto 2017 con l’amica Doris M. Ogni volta veramente una situazione diversa. Vedremo, a Dio piacendo, quando e con chi sarà la prossima ]]]]

3. Antonella Ruggiero fu la prima cantante dei Matia Bazar, gruppo pop-melodico genovese che pur con numerosi cambi di voce solista femminile continua – mi pare – a cantare e suonare con qualche successo. Da diversi anni la Ruggiero fa da sola, e nel 2007 ha pubblicato un cd “Genova, la Superba”. 14 canzoni dedicate alla sua (nonché mia, ma questo non importa) città. Tutte canzoni di autori genovesi di una certa fama, come Fabrizio De André, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Vittorio De Scalzi, Gino Paoli, Ivano Fossati.
Ce n’è una che si chiama “L’ufficio in riva al mare”, di Bruno Lauzi. Non la conoscevo prima di sentirla in questo CD: non sto a descriverla, raccontarla, citarla, tanto su Youtube si trova subito. Dico solo che se non avessi letto che è stata scritta da un poeta genovese quale fu Bruno Lauzi, avrei potuto capire che l’autore di questa canzone era un genovese o almeno un ligure semplicemente ascoltandola.
Gli altri magari non possono, ma voi Lettori genovesi andate in una bella giornata di sole primaverile a Boccadasse, a Vernazzola, a Priaruggia, sulla passeggiata di Nervi o appena oltre i confini comunali a Bogliasco o a Pieve, e immaginatevi di avere lì un “ufficio in riva al mare” come quello della canzone di Lauzi. Come quello che a volte è il mio “ufficio” dove penso, organizzo e inizio a scrivere quasi tutti i miei lavori. Dalla guida di Genova della Sagep di tanti anni fa iniziata sulla scogliera di Pontetto, all’attuale breve guida turistica di Carro che ha iniziato a prender forma e parole in riva al mare del Fontanino di Pieve Ligure.
Va bene anche andare a Punta Nave di Vesima dove c’è lo studio di Renzo Piano, che lui l’ufficio in riva al mare se l’è fatto davvero…

Credo che anche i triestini, i livornesi e i napoletani possano immaginarsi altrettanto bene dei genovesi di avere un ufficio in riva al loro mare, e le sensazioni che possono vivere lì facilmente saranno le stesse nostre. Almeno glielo auguro…

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