“E rimpiangevo le piccole sapienze che ogni trapasso lascia, e poi non resta niente”
Così cantava la buonanima di Giorgio Gaberscik in una canzone che ha per titolo “1981”. Ringrazio il dott. Giuliano, medico chirurgo, per avermela fatta conoscere ai tempi degli scout.

Certo, ogni morte provoca la perdita di qualche “sapienza” personale del defunto che non c’è modo di lasciare in eredità a chi resta. E la scomparsa di mio padre, 7 mesi fa, è stata la più recente e la più intensa occasione per riflettere su queste faccende. Le sue faccende, le “sapienze” che ha lasciato lui, e in prospettiva futura le mie sapienze, quelle che lascerò io il giorno in cui sarò io a trapassare.

Molte di queste sapienze personali sono puramente mentali, spirituali, emotive, esistono solo nella mente di chi le possiede o al più nella sua voce e nei suoi gesti pubblici, se è uno che ama condividere pensieri e sentimenti con chi gli sta intorno – e quindi l’unica possibilità che hanno di sopravvivere è di aggrapparsi alla memoria di chi ha conosciuto e ascoltato il de cuius mentre era ancora in vita; ma molte altre sapienze personali si manifestano attraverso una qualche forma fisica tangibile, destinata a rimanere stabilmente nel mondo dopo la morte del possessore. Ed è il destino di queste forme tangibili delle sapienze personali che mi fa pensare.

Mio padre è stato, almeno fino a circa un anno prima di morire, un divoratore di libri. Libri da leggere ma anche da acquistare (o da ricevere in regalo) per il “semplice” piacere di possederli, e di sfogliarli ogni tanto. Un piacere forse perverso ma non così raro, e chi ce l’ha certo ne coglie benissimo il senso. Io ce l’ho, ed è una delle cose che maggiormente condivido con mio padre. Acquistarli, possederli, magari catalogarli ordinatamente; leggerli. talvolta rileggerli o almeno risfogliarli, e non buttarli mai via: fossero anche le più inutili insulsaggini, se un libro arriva in casa lo si tiene; magari sulla scaffale nascosto in fondo alla cantina, ma lo si tiene. In realtà io sono meno feticista di lui in questo senso, qualche librercolo senza significato l’ho già portato alle bancarelle di piazza Colombo e altri forse ne porterò. Anzi, recentemente ho scoperto un’intelligente inziativa per arricchire la biblioteca del carcere di Chiavari e vi sto dando un modesto ma convinto contributo.

Mia madre ci ha sempre messo e ancora ci mette del suo, io e mia sorella siamo degni figli di cotanti genitori e i nostri reciproci consorti reggono ottimamente il confronto. Insomma, il catalogo ragionato dei libri ospitati nelle varie case di famiglia che una decina d’anni fa mio padre compì con lavoro assiduo e preciso durato molti mesi, contava circa 2700 titoli; se ci aggiungiamo le new entries dell’ultimo decennio e quelli acquisiti per allargamento della famiglia per via nuziale eccetera, credo che ormai siamo intorno ai 4000 volumi, sparsi per sei case diverse in quattro località differenti.

Mi hanno sempre un po’ preoccupato le case con pochi libri… mi danno un senso di solitudine, di horror vacui… E a costo di apparire quello snob che sono, dico che non basta un televisore ultrapiatto e uno scaffale pieno di dvd a riempire il vuoto lasciato dai libri-che-non-ci-sono.

Fra le attività “libresche” di mio padre c’era il ricevere un opuscolo periodico “Scelta di buoni libri di varia cultura” che è il catalogo dei volumi in vendita presso una libreria antiquaria di Bologna, dalla quale acquistò talvolta qualcosa di vecchio-antico e variamente pregiato.

Uno di questi cataloghi mi è capitato recentemente per le mani, e ancora una volta mi sono divertito a leggere sulla sua copertina il seguente saggio ammonimento medievale:

“Librum meum non praestabo
Si praestabo non habebo
Si habebo non tam cito
Si tam cito non tam bonum
Si tam bonum perdo amicum
Ergo nolo praestare librum”

In effetti le poche volte che ho prestato miei libri me ne sono quasi sempre pentito, proprio perché “non habui” o quantomeno “non tam cito” e/o “non tam bonum”.

Ma il punto non è il prestare i libri, quanto il lasciarli – dove, come, a chi – quando la vecchiaccia con la falce verrà a farmi visita. Perché effettivamente fra le tante o poche cose che possiedo, i libri sono quelle cui maggiormente tengo, quelle che meglio e più profondamente mi rappresentano.

In realtà il problema non è solo quello escatologico del destino dei miei libri dopo la mia scomparsa dal mondo sublunare; in realtà è già abbastanza problematica la gestione della “biblioteca” oggi, quando sono – ringraziando Dio – vivo e intellettualmente attivo.

Diciamo che i problemi sono tre:
1) o sei il bibliotecario della Biblioteca di Babele e della maravigliosa Trinity College Library di Dublino, o finisce che i tuoi libri si accavallano e si accatastano in diverse librerie sparse per diverse stanze o diverse case, sistemati secondo criteri non sempre logici e soprattutto non sempre facili da ricordare. Risultato, ti puoi dimenticare di avere certi libri, o sai di averli ma non riesci a trovarli perché non ricordi dove li hai messi. Fu questo il motivo primo per cui mio padre intraprese la stesura del “Catalogo”. Peccato che ormai sia obsoleto. Ergo, avere dei libri senza ricordarsi di averli o senza riuscire a trovarli, è come non averli.

2) un libro lo leggo e per quel che posso me lo ricordo, e se è un libro di valore ciò che dice e che esprime entra dentro di me e diventa parte del mio essere, del mio modo di pensare, di ragionare, di comportarmi. Un buon libro educa e arricchisce chi lo legge. Ma a volte può essere utile e piacevole rileggerne alcuni, rileggere qualcosa. Già mi è difficile avere abbastanza tempo per leggere libri nuovi, trovare tempo e modo di rileggerne di già letti è purtroppo compito superiore alle mie forze. Leggendo ho l’abitudine di fare l’orecchia alle pagine in cui trovo qualcosa che penso possa farmi piacere ritrovare e rileggere in futuro, ma nel 98% dei casi su queste pagine oreccchiate non ci torno mai. Bisognerebbe avere giorni di 48 ore e anni di 730 giorni per poter tornare sul già letto con la dovuta calma e ponderatezza.

3) E infine c’è la fine: cosa farne “dopo”? La buonanima del professor Bedarida, un giorno di tanti anni fa mi disse che avrebbe lasciato a me – post mortem – i suoi libri scientifici (quelli che teneva nel suo studio all’università) perché se fossero finiti in mano a suo figlio, costui li avrebbe portati il giorno dopo ai bancarellai per ricavarne due soldi, e lui (il Beda) non voleva che finissero così malamente. In effetti un paio di mesi dopo la sua morte ricevetti un paio di scatoloni pieni di molti suoi libri scientifici, che ora fan varia mostra di sé sugli scaffali delle libreriette del mio “studio” nella casa di Genova, insieme ad altri di argomenti simiglianti che già erano miei. Non dico che mi sia mai messo a leggere “The lore of large numbers” o “Les moissons de l’espace” ma in fondo mi fa piacere averli…

Allo stesso modo dovrebbe essere mia cura, a suo tempo, provvedere affinché quei libri che potranno interessare i miei eredi di sangue (i miei nipoti) vadano a loro – Ermanno ad esempio, che lunedì scorso mentre preparavamo insieme il presepio disquisiva con cognizione di causa (dall’alto della sua terza elementare) di buchi neri, buchi bianchi e universi paralleli con tanti big bang, ecco Ermanno magari quelli scientifici li prenderà volentieri, ammesso che internet non obsolesca completamente la carta stampata quando lui sarà grande.
E quelli che non troveranno interesse intra moenia andranno a chi? Mi piacerebbe trovare una piacevole biblioteca civica, fra le tante che ci sono in Genova, a Sanremo e altrove e fare uno o più lasciti, sperando che qualche lettore del futuro tragga letizia per l’animo suo e nutrimento per la mente da qualcuna delle pagine che io amai, amo e amerò pendant ma vie.

(Scritto il 20 dicembre 2010)

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