Martina Franca, provincia di Taranto, valle d’Itria, ovvero più di 1000 km da Genova. Stessa Italia ma più lontana di Bruxelles, o quasi. Aereo GOA-FCO-BRI, in fondo più veloce del treno e dell’auto. (BRI, a scanso di equivoci, è la sigla dell’aeroporto di Bari, non di quello di Brindisi. Misteri della burocrazia!). XXX Congresso dell’AIC, al secolo Associazione Italiana di Cristallografia. 5 giorni di vacanza, insomma, come ben malignano i miei amici “normali”, quelli che (senza offesa, eh!) lavorano in uffici veri, con orari circa fissi e se viaggiano vanno magari a Washington ma dal mattino alla sera e vedono solo le vetrate fumè di un ufficio. Grazie a Dio l’università e’ un consesso di gaudenti che se organizzano un congresso lo fanno in posti turistici, belli e non si ammazzano certo di lavoro (si legga a tal proposito l’incipit di “Il professore va al congresso”, romanzo ilare uscito una decina di anni fa). Ci sono dentro per culo o per volontà? Bah, forse per entrambi. Comunque ogni volta che vado in qualche posto meritorio per congressi cerco di entrare in una chiesa (o moschea, vedi Gerusalemme 98) e ringraziare Dio (espresso sotto le diverse forme umane e politeiste del luogo: crocifisso, Madonna in marmo o gesso, arabeschi in calligrafia araba ripetuti infinite volte, dioafricano brasilianizzato in santocattolico, mi mancano Buddha e Shiva danzante ma non dispero, prima o poi…) per avermi fatto arrivare sin lì, Torino o San Francisco che sia, e in gran parte a spese “del contribuente”. A maggior gloria del contribuente, ché e’ anche grazie a questi consessi di Scienziati se la Civiltà va avanti nel suo luminoso cammino verso le sue “magnifiche sorti, e progressive”…. non ricordo mai chi l’ha scritta, ‘sta minchiata di cacofonia sintattica: Manzoni? Foscolo? Biscardi? Esiste ancora Biscardi?

Martina Franca, si diceva: autentico sud, elegante, sontuoso, caldo, bianco, accecante, barocco, rococò e pulitissimo: un centro storico stupendo, bellissimo e lindo, pochissime cartacce e nessuna scritta sui muri, un rebigo di vicoli e straduzze intricate dove il barocco regna nelle facciate (e immagino pure negli interni) dei palazzi signorili e nelle chiese, e anche un poco nei vicoletti popolari. Muri bianchi calcarei calcinati con portali in pietra beige scolpita, balconi in ferro battuto circonvoluto, fiori rossi alle finestre. Veramente bello. Gli arzigogoli delle ringhiere in ferro, che si ritrovano peraltro anche in certo barocco paesano del Nord, vedi via Roma ad Ormea, mi fanno pensare alle calligrafie arabe, quelle che riempiono l’Alhambra di Granada e tutte le moschee del mondo e che cantano la grandezza e l’unicità di Dio. Forse che ci sarà un nesso artistico, culturale, tra il disegno delle belle lettere arabe e quello del bel barocco meridionale? Probabilmente è un’idea balzana senza fondamento, ma gli arabi, quando erano i fari della civiltà occidentale, hanno lasciato pesanti tracce da queste parti, si sa. E anche in Liguria e basso Piemonte…. boh!
Una piazza rettangolare alberata con gli uomini che chiacchierano in piedi a crocicchio, proprio come a Genova fanno i ragazzi a Castelletto o in piazza delle Erbe, o mio padre e i suoi amici settantenni a Voltaggio la domenica in piazza davanti alla chiesa. Una “main street” pedonalizzata appena più larga delle altre, diciamo una via Luccoli, per i genovesi, che alle 19,40, col cielo dell’Italia sudorientale già abbuiato e notturno di stelle, ferve di negozi aperti, le facciate bianche illuminate dai fari, la gente che passeggia e risponde ai telefonini, beve caffè nei bar. Anche qua quell’usanza deliziosa di offrirti un bicchiere d’acqua per accompagnare il caffè al bar, come a Napoli, ma perché i baristi del nord l’acqua a chi beve il caffè non la offrono mai?

E il vento: secco, costante più che a raffiche, anche fresco magari, ma ci sono centrali eoliche in Puglia? Volano bicchieri di carta e ondeggiano i tendoni dei dehors dei bar, sbatte tutto, lo credo bene che a Isoradio segnalano così spesso “vento forte sull’A16 tra Vallata a Candela” e tutto lì intorno. Come le code per lavori sull’A1 tra Barberino e Sasso Marconi (incontrammo una ragazza, che viveva sdraiata sull’orlo di una piazza).

A nord la Valle d’Itria, ridente, allegra, solare, sotto un cielo di nuvole bianche da vento, luminoso come certi cieli delle campagne francesi. E vigneti, fichi, olivi, fichi d’India, e chilometri di muretti a secco di calcare biancogrigio a dividere i poderi, in Liguria i muri a secco servono a tener su le fasce sulle colline qua fungono da confine poderale, come le siepi inglesi. Pare che qualcuno, Churchill o chi altro inglese nel 1939 disse che “un paese che ha delle siepi così ben curate come l’Inghilterra è in grado di sostenere una guerra lunga e costosa”. Come infatti avvenne. Chissà se la Puglia, con i suoi muretti, è in grado di sostenere…. cosa? l’invasione dei profughi dell’Est del mondo?
Muretti a secco, olivi, e trulli trulli trulli. I trulli sono davvero buffi, insomma, sembrano tanti villaggi dei Puffi, a parte i colori (bianchi, che diamine!); me li ricordavo dalla vacanza del lontano Salento ’87, il breve passaggio tardopomeridiano ad Alberobello, in viaggio tra Otranto e Maratea, ma con la gita sociale di giovedì pomeriggio me ne sono tolto la voglia. Un tizio di Trieste notava che i muretti a secco ci sono anche sul Carso, calcareo e altopiano come le Murge, ma i trulli no, e ipotizzava che fosse perché i trulli volerebbero via sotto la bora. Forse…
A mio parere ‘ste case coniche sono parenti, solo in senso geometrico, tecnico e costruttivo, non credo ci siano evidenti parentele culturali, con gli igloo, i nuraghi e le caselle del monte Carmo di Loano. Ma evidentemente costruire conico conviene. Anche i tucul, no? Tucullua, tucullua, quando io sentire odore di banana, io subito pensare all’Africa lontana…. vecchia canzone goliardica, quando l’ascoltai per la prima volta strimpellata alla chitarra dal mio caposquadriglia Gianfranco Scanavino nel lontano ’72 o ’73, io ingenuo e imbranato tredicenne neo-boyscout non ne colsi l’evidente doppio senso sessuale, che divertiva tanto gli scout più “grandi”, quindicenni e smaliziati. Va be’, io ero più grullo della media, allora…
Alberobello è il villaggio più villaggio dei Puffi di tutti, c’è persino il Trullo Sovrano, che probabilmente è il fungo in cui vive il Grande Puffo, in termini turistici è l’unico trullo a due piani della città. Peccato lo sciabordare di negozietti di souvenirs dalle porte dei trulli delle vie principali, capisco ben che chi vi abita debba mangiare e pagare le bollette come me viaggiatore snob e schizzinoso, ma ‘sti scaffali di trullini in pietra e orecchiette appesi agli usci fanno un po’ pena. Come Mont Saint Michel, un isolotto di misticismo mareale affogato nelle chincaglierie da turisti organizzati.

Gli olivi pugliesi pure, me li ricordavo, e come allora mi hanno affascinato: tutti diversi dagli olivi contorti e scoscesi della Liguria: qui sono dei colossi enormi, con le chiome folte e fitte come Angelo Branduardi e i tronchi tozzi come il collo di Adriano Pappalardo, potrebbero fare il sollevamento pesi alle olimpiadi, ‘sti olivi: campi pianeggianti di terra secca da cui salgono centinaia di olivoni ben piantati, ben distanziati, a vederli dall’aereo scendendo su Bari incutevano timore, distese verdegrigio di olivi che circondano la città, ogni tanto le macchie bianche dei paesi anch’essi totalmente assediati dal verde. Come l’esercito di alberi guidati dagli Ent nel Signore degli Anelli, o le scope porta-acqua dell’Apprendista Stregone di Fantasia; approposito: Fantasia 2000 non è mica male! E c’è di nuovo lo stesso Topolino stregoncino. Ma anche Paperino nell’arca di Noè è tenero, e i fenicotteri con lo yo-yo e…insomma, andate a vederlo, che volete, che ve lo racconti tutto? Onirica e inquietante la Quinta di Beethoven con le balenottere che volano. Come si scrive Behethovhen?

Vicino a Putigliano ci sono le Grotte di Castellana. Le più grandi d’Italia, si dice. Qualche chilometro di saloni e cunicoli a 60 metri di profondità, quasi in orizzontale. Se ne visitano o la parte “breve”, in un’oretta, come ci hanno fatto fare a noi, o il girolungo fino alla Grotta Bianca, che pare bellissima e piena di stupendi cristalli ma ci vogliono due ore almeno ed erano troppe. Lunghe, piene di stalattiti e stalagmiti, senz’altro bellissime ma a me ‘sti giri guidati fra faretti e passerelle di cemento mi hanno tolto quasi tutto il fascino dell’essere sottoterra al buio nel letto di un antico torrente sotterraneo. Dev’essere affascinante per gli speleologi che girano i rami non aperti al pubblico, fra gocciole di acqua calcarea e pipistrelli e insettini bianchi e ciechi.
Meritevoli secondo me senz’altro la Grave, la grossa cavità d’ingresso, altissima, col buco in cima e gli alberi della campagna che si affacciano giù, e la frase di Leonardo scritta nel piccolo e ben organizzato museo speleologico adiacente, il Leonardo che nel suo italiano cinquecentesco dice di essere al contempo affascinato e spaventato dalle grotte e dall’ignoto tremendo o meraviglioso che esse celano. Va be’, lui l’ha detto meglio, lo so. Ma a memoria non me lo ricordo.

Ai partecipanti al congresso, ci hanno regalato una bottiglia di Primitivo di Manduria DOC, 1988, “rosso intenso con riflessi violacei, da arrosti e selvaggina” così dice l’etichetta. In realtà e’ un ottimo vinone rosso spesso di 14 gradi (ma può arrivare a 22!) che mi pare ben si addica al capocollo e alla ricotta piccante e immagino anche al cervo, se Sua Maestà l’Imperatore Federico II di Svevia “Stupor Mundi” lo cacciava, giusto in questi altipiani. Dice il giovane gestore della trattoria della Lama che il Primitivo è un vino “da meditazione”. Come l’Amarone. Senza eufemismi direi “da ciucca”. Ma bevuto con moderazione…. Prosit!
La Trattoria della Lama merita una visita anche per il sito: una piazzetta bianca bianca fatta a teatro, digradante a gradoni con le case raccolte sullo sfondo proprio come una palcoscenico, di sera illuminata dai fari di giorno con una bottega di fabbro che apre una cavità nera nel bianco delle quinte. L’avesse disegnata Luzzati non avrebbe potuto inventar di meglio.

Dubbi culinari ancora irrisolti: come sarà la purè di fave con cicoria cotta? Pare squisita. Buona come la burrata? Spero di si. Prima o poi la ritroverò sulla mia strada, la purè e la proverò!

Spettacolare come sempre l’atterraggio su Genova.

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