Sarebbe “sangue nelle feci”, e penso derivi dal greco mèlanos, “nero”. Non è che voglia lanciarmi in elucubrazioni scatologiche, ma d’altra parte anche il Sommo Padre Dante passava con estrema disinvoltura dalle dotte disquisizioni morali e teologiche con filosofi e santi agli incontri con diavoli che del cul facean trombetta e con puttane dalle unghie merdose, quindi perché io no? E visto che alcuni dei miei “lettori”, venendomi a trovare nell’orario di visita mi hanno proposto di raccontare qualcosa di questo inatteso e non cercato viaggio, che erano quasi 17 anni che non visitavo questi luoghi ameni che si chiamano ospedali, beh, eccomi qua.

Che esista il vocabolo melena l’ho imparato la sera di lunedì 22 gennaio u.s. al pronto soccorso dell’ospedale Galliera, giuntovi su pressante invito del mio bravo medico “della mutua”, che aveva verificato che il pallore insistente e quella qual certa debolezza che mi pervadevano ormai da circa una settimana erano dovuti ad una fortissima anemia causata dalla perdita di sangue (molto lentamente, eh!) dall’apparato digerente. Insomma, c’era un buco, una fessura, una lesione, un’ulcera, un qualcosa per cui il sangue se ne andava pian piano.
Risultato: ricovero, due sacchi di globuli rossi, varie pere di ferro e di epo (quello che usano i ciclisti per doparsi e riempirsi di sangue arricchito) ed esami più o meno invasivi e per fortuna non troppo sgradevoli, a parte il litro e mezzo di sali inglesi schifosi ingurgitati per la colonscopia, e il clisma al tenue, che sembra il nome di una località di villeggiatura appenninica e invece è che il giorno prima ti danno un lassativo, buono peraltro, estratto di senna, dev’essere una pianta, mi suona di erba del deserto, come la manna, e una bustina di sali da bere con tanta acqua nemmeno lontanamente schifosi come i sali della colonscopia, quasi insapori, e il mattino dopo bevi il bario (come uno yogurt che sa di calce) e poi ti fanno tanti raggi dallo stomaco in giù’ man mano che ‘sto bario scende lungo l’intestino.
Nell’ordine ho fatto (o subito): gastroscopia (tubo con fibre ottiche che s’infila nell’esofago e va a sfrugugliare lo stomaco e te lo vedi in tv), colonscopia (tubo più piccolo che entra dal sedere e sbircia su per gli intestini, stessa rete televisiva di prima, presenta Pippobaudo), radiografia, ecografia, scintigrafia e il sullodato clisma, detto anche tenue seriale, che sono non invasive, cioè ti guardano da fuori. Il 29 gennaio, reduce da una mattinata scintigrafica, sono stato un poco radioattivo, col tecnezio (Tc, numero atomico 43, se non sbaglio) che girava per il sangue e immagino anche il 1 febbraio, col bario. Ma non facevo la luce verde dall’ombelico.

Benché pero’ la melena “strictu sensu” sia passata rapidamente, anzi già nei primi giorni di reclusione ho iniziato a farla chiara come quella di un bambino che mangia solo latte, e benché’ mi sia convinto (grazie anche all’aiuto “spirituale” della vecchia – non per età, per anzianita’ di amicizia – Bola) che la causa prima, o ultima, della melena e conseguente anemia era psicologica, ed + stata rapidamente chiarita, risolta e quindi eliminata con un senso di estrema, piacevole, lieta leggerezza, benché tutto ciò, dicevo, una qualche lieve perdita forse è perdurata, anche se gli esami non sono riusciti a evidenziare nessun buco, perché i valori dell’emoglobina non sono mica risaliti in fretta come avrebbero dovuto, anzi, hanno oscillato un po’, fino al 3 febbraio, ieri, quando mi hanno sbattuto fuori dicendo che ora era tutto a posto, finalmente, e comunque di tenermi controllato, niente più aspirina o altri farmaci gastrolesivi, e ai primi nuovi sintomi di perdita, correre in ospedale senza por tempo in mezzo. Ma dov’è sto buco invisibile? Boh, sinceramente spero di poterlo dimenticare, ma se mai, vedremo.

Però questi 12 giorni di inattesa e incercata prigionia sono stati importanti, anzi, sospetto che in futuro li ricorderò come un dei periodi fondamentali della mia vita.

Stare fermo nello stesso microluogo per molti giorni, per me che passo le giornate normali facendo 25-30 km al giorno in Vespa in giro per la città dah-qwi-allah, sole pioggia e vento, su e giù fra casa mia, università, Cnr, editoriucoli vari, mare-se-c’e’-il-sole e casa dei miei, ed esco quasi tutte le sere, e ogni finesettimana avantindrè fra Genova e Sanremo, insomma, tanto tempo così sempre dentro lo stesso edificio, per quanto vasto, non lo facevo da aaaaaaaaaanni, ed è stato un poco pesante, alcuni giorni è stato proprio pesantissimo ed ero incazzato nero, ma mi ha offerto delle opportunità per pensare a me stesso che “fuori” non avrei mai avuto, né cercato, né raccolto.
Pensare alla mia “nuova” vita, soprattutto, cioè a quella quasinuziale che sta sviluppandosi da un po’ di mesi a questa parte e che grazie a un blitz di Donatella di martedì scorso porterà a una cerimonia in una graziosa chiesetta sui colli di Sanremo a fine del prossimo luglio. Blitz nel senso che mentre io ero qua a aspettare i miei destini sanitari lei era là a organizzare data e orario e prete. Lo sapevo, certo, ma non immaginavo che facesse così in fretta. Blitz graditissimo, peraltro, che inaspettatamente anche per me (ma mi conosco davvero, dopo 41 anni e 10 mesi che mi vivo insieme?) mi ha liberato di un colpo di tutte le – remore? paure? paranoie? timidezze? pallenellatesta? – che ancora nutrivo nei confronti di questo momento altamente simbolico ed esistenziale eccetera che è, che sarà, il matrimonio. Via puff, sparite tutte le perplessità’, mi vien da chiedermi quanto c’entri la degenza in ospedale e l’anemia e la melena e tutto ciò in questa faccenda, forse nulla, forse tanto, insomma non so, però mi viene da pensare che sono quasi più contento che questo momento “topico” della definizione ufficiale della data di matrimonio sia coinciso con questo periodo topico dell’ospedale, un ambiente e una forma mentis a me quasi totalmente alieni – unico precedente diciassette anni fa per l’operazione al ginocchio dopo la caduta sugli sci – nel senso che se quella telefonata inattesa di Dona delle 19,30 di martedì scorso mi fosse arrivata mentre ero banalmente a casa, o all’università, beh, forse l’avrei vissuta meno intensamente. Invece questo periodo ospedaliero, tra le cui vere cause, come già dissi, non escludo ci fossero delle componenti psicologiche pertinenti alla faccenda de cuius, in un certo senso mi sembra che resterà nella mia mente, nei miei ricordi, come il confine, la separazione, tra le due parti della mia vita, la prima complessivamente soddisfacente, quella da giovane-che-non-vuol-crescere (cfr. il film Fandango, con un Kevin Kostner giovincello, uno dei miei cult-movies, insieme con – per altre ragioni – Thelma & Louise, A qualcuno piace caldo, Jesus Christ Superstar) e la seconda, futura e spero altrettanto se non di più soddisfacente, di “adulto”, di “marito”. Sarò capace? Beh, spero di si, diamine. Comunque, come ben si dice, ai posters l’ardua sentenza. Vedremo. Vi saprò dire, mi saprete dire. Comunque non c’è dubbio che le vie del Signore sono se non infinite almeno fantasiose e imprevedibili.

Ben basta filosofeggiare, ancora due parole sugli aspetti turistici poi baci e abbracci e arrivederci:
l’albergo in fondo è stato piacevole, il personale simpatico e gioviale, sia i medici sia gli infermieri sia i vicini di letto, almeno i meno vecchissimi e rantegosi, due ne sono partiti nel mentre, poveretti, saranno in Paradiso ora i tapini? Glielo auguro. Vecchietti a parte, tutto il resto bene, e un paio di infermiere notturne erano anche giovini e graziose; e curiosamente quella che sembrava più giovane di tutte, e anche la più carina, è sposata con una figlia di 4 anni. Vassapere la differenza tra l’apparenza e la sostanza! Poi il cibo era gradevole, i bagni sempre puliti, il letto comodo e ho ricevuto tante visite. Tre stelle almeno, dai. A parte le sveglie alle 6 del mattino, ma per quel che c’è da fare alla sera…

Poi è stata un’occasione per dedicarmi un poco ai lavori “minori”, le prime bozze di due articoli che vorrei presentare all’Universo e alla Casana, contatti con Antonella R. per il sempre rimandato libretto sulla valle Orba per Italia Nostra, oltre a un po’ di roba per il Progress Report Fases, complice una Patrizia Mercuria che mi ha fatto da messaggera portandomi carte e dischetti dal CNR e per gli opuscoli della Riviera delle Palme, M&R editori.

Nel mentre, incontri strani: Santo Rollo è un diacono appassionato di computer che mi ha regalato un suo CDrom con un dizionario teologico, la Bibbia in ebraico e greco e arabo ecc. e cazzulli religiosi vari, le encicliche di Woitila, tutta la Divina Commedia, insomma, un buffo individuo simpatico! E assai interessante il suo CD. Spero che non contenga un virus voracissimo e a lenta incubazione. L’ho prestato a Uge che di queste cose si diletta (Divina Commedia e Bibbia, non virus), spero me lo ridia.

Infine uno: grazie a Dona, Flam, Emy e Antonietta che mi hanno portato in dono fumetti, libri e biscotti.
Fumetti i numeri 4 e 5 di Tex, (in prestino, non in dono!!!!!) che da quando frequento la casa di Dona pesco a piene mani nella sua fumettoteca fornitissima, anzi nella sua Texteca, li ha quasi tutti 400 e fischia, forse in 15 anni riuscirò a leggerli tutti. Poi canestrelli genovesi “Preti”, ottimi e fragranti, e due testi curiosamente entrambi ebraici “Così giovane e già ebreo”, a cura di Moni Ovadia, ed. Piemme Pocket, e “La lingua salvata” di Elias Canetti. Nel libro di storielle ebraiche di Moni Ovadia, a pag.77, si fanno filosofiche riflessioni sul Talmud che hanno un qual sapore zen. Mi pare. Ma se Dio è unico per tutti gli uomini, che c’è di strano in queste affinità fra religioni così distanti?
Grazie anche a chi ha portato solo se stesso e le chiacchiere e la compagnia, ovviamente. Graditissimi. E chi ha mandato e ricevuto e rimandato miriadi di sms, che il telefonino mi è stato utilissimo ma ora basta, si torna all’email e al telefono urbano fisso, come nei bei tempi antichi.

Infine due: buffa la telefonata con Francesca S. che abitando in via Vannucci era a duecento metri da me, al di là di un basso edificio rosa oltre la mia finestra, e di casa sua parlando con lei vedevo solo la cima delle antenne tv. E mi è venuto da pensare alla siepe di Leopardi (tutto diverso il paesaggio dall’ermo colle di Recanati, peraltro), e agli immensi spazi e sovrumani silenzi che mi fingevo al di là dei banalotti edifici del grande ospedale in cui ero rinchiuso.

Infine tre: cara Otti, la tua foto di piazza Manin sotto la neve, che a Genova erano 4 anni che non ne cadeva così tanta, era proprio bella.

Infine quattro: non so se ci riuscirò, ma il prossimo finesettimana spero di trascorrerlo a Sanremo. Mi manca il ron ron di Musetto quando si piazza in mezzo al letto, ma spero di ritrovarlo in fretta.

That’s all folks!

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