Si chiamava Maria Pia; per le commesse del negozio Arcaplanet di via Cantore era “la Signorina”; per i parenti era Meletta, per via del fatto che da ragazza pare avesse le guance rosse come una piccola mela.
Era la zia più vecchia di Donatella: Maria Pia “Meletta” era nata nel 1920, seguirono Giulia “Didì” del – credo – 1922, indi Ernesto “Pinussi” del 1924, il papà di Donatella.
Meletta fu la prima a venire al mondo e l’ultima ad andarsene, la sera del 18 maggio scorso all’età di 93 anni, 4 mesi e 29 giorni.

Io la conobbi una quattordicina di anni fa, quando era una pimpante e indipendente ottantenne.

Una donna piena di fede in Gesù Cristo, una fede che quasi davvero smuoveva le montagne, o per lo meno le permise di vivere di Providenza Divina, come sovente mi ripeteva; una Provvidenza che le si manifestò molte volte nella vita, certo non attraverso superstiziose azioni miracolose ma tramite più seri e concreti gesti di aiuto pratico ed economico da parte di persone a lei vicine e lontane, gesti che le permisero di vivere in totale autonomia e libertà nonostante le ristrettezze economiche. Fu suora laica, ministra dell’Eucarestia (portava la comunione in casa ai vecchietti malati che spesso erano più giovani di lei), gattara patentata (autorizzata dal Comune di Genova a nutrire le colonie feline randagie della città).

E tutto ciò lei faceva non solo per i gatti e i malati del suo quartiere, no: lei usciva di casa in via Monti a Sampierdarena con una borsa col carrellino piena di scatolette e croccantini per i gatti, prendeva l’autobus e andava fino a Quarto all’abbazia della Castagna, chi conosce Genova sa quanto siano distanti questa da quella, in bus saranno almeno 45 minuti; e quella era la chiesa in cui faceva la comunione tutti i giorni e intorno a cui vivevano coloro a cui la portava in casa, ma i “suoi” gatti erano ancora più lontani, scendeva a piedi lungo la Via Romana e poi si infrattava in un viottolo solitario dove vive la colonia che lei nutriva. Se proprio voleva restare vicino a casa, andava a messa e a fare da perpetua al Promontorio, una chiesetta romanica piccina picciò in cima a Sampierdarena, che basta un quarto d’ora in autobus ma quando scendi dal bus c’è poi da camminare per 300 metri in una creuza di crinale ventosa e gelida in inverno.
Telefonarle era un’impresa: aveva due telefonini nella borsa ma spesso non li sentiva (se era a messa, se stava trafficando coi gatti, se in autobus c’era rumore…) e chiamarla sul fisso a casa era inutile prima delle 19,30, non c’era mai.
E tutto ciò lo ha fatto sino a ottobre del 2012, quando aveva 91 anni e 10 mesi.

Piena di fede, ma piena anche di una salute di ferro e soprattutto di un carattere molto forte e fortemente indipendente, che l’ha aiutata sicuramente a tirare avanti sino a 93 anni nonostante la solitudine, la mancanza di una vita familiare normale, la scarsezza di mezzi economici, la vita non certo da signora che ha fatto, nonostante il cognome che portava, che ancora suscita ammirazione e interesse a Sanremo in chi conosce la storia degli ultimi 150 anni della città.

Una salute che l’ha fatta vivere giovane sino al 2012, poi il cuore iniziò a perder colpi, la respirazione a farsi difficile, insomma iniziò il declino. Fisico, certo non mentale! Sulle prime sembrava che dovesse lasciarci le penne in fretta, che dovesse morire nel sonno da una notte all’altra. Fu invece – destino cinico e baro – il medico che vaticinava questa sua imminente fine – l’ottimo e compiantissimo Ezio Baglini – a morire pochi mesi dopo così, nel sonno, anziano si ma ben più giovane dell’ultranovantenne Meletta.
Divenne vecchia di colpo, e siccome la mente e la volontà non erano invecchiate non prese bene le limitazioni fisiche, né le cure che i medici le prescrivevano, cure e medicine che secondo lei le facevano solo male: “questi medici non capiscono niente!” diceva, e i dottori rispondevano “vostra zia è ingestibile!”. Aggiungeva – per questo come per altri argomenti di discussione – “qui comando io e faccio quello che voglio!”
Mi divertivo affettuosamente a dirle “Meletta, sei vecchia, accetta la realtà, cùrati!”. “Ma prima stavo bene, perché adesso non più? Voglio tornare come prima” e via così… Soprattutto si rammaricava di non poter più andare a fare la comunione in chiesa tutti i giorni, e a lei – che per anni l’aveva portata a casa dei malati – pochi venivano a portarla a casa ora che malata era lei, pochi e saltuariamente.

Ci piacemmo subito, Meletta e io, quando ci conoscemmo. Per me fu come una terza nonna, e mi piacevano la sua fortissima fede, l’amore per i gatti, il suo forte spirito d’indipendenza e anche quella certa misantropia che spesso la portava a licenziarmi in fretta da casa o al telefono quando si era stufata di avermi fra i piedi e voleva tornarsene da sola “grazie, grazie, ciao, ciao”, detti di fretta e con tono imperioso,come dire “sei ancora qui? Aria, vattene”. Mi divertiva quando a 89 o 91 anni diceva sogghignando “se muoio dovrete fare così e cosà”… “Meletta, come “se muoio”, hai già 90 anni, pensi di essere immortale?” In effetti la sua morte pareva un’eventualità davvero lontana e improbabile, a lei ma anche a me…

L’ultimo anno questo idillio con la simpatica vecchietta si era per me un po’ incrinato, perché ho continuato a volerle molto bene ma essendo lei sempre meno indipendente fisicamente ma sempre fortemente volitiva nella mente e nel carattere io ero diventato oltre che un nipote fidato per le saltuarie necessità impegnative, anche un maggiordomo al suo quotidiano e ripetuto servizio, e a me questa cosa pesava e innervosiva per diverse ragioni sensate o sciocche che fossero. D’altra parte credo che di gente ne abbia fatto arrabbiare parecchia nella sua vita, parenti e non, e non avrebbe potuto essere diversamente, col carattere forte che aveva.

Non ebbe mai una famiglia ma se ne costruì (esageratamente) una portandosi in casa, poco per volta, una ventina di gatti. Randagi che lei curava malati, o faceva sterilizzare, o prendeva femmine incinte per farle partorire al sicuro…. e poi non riportava più nella colonia da cui li aveva presi, se li teneva in casa. Alla sua morte ne aveva 18, ma so che ci furono tempi in cui furono anche di più, ed ebbe anche un cane e un coniglio, e i vicini non sempre erano contenti di questo zoo racchiuso in un appartamento di un normale condominio di città… Gatti ben tenuti, curati, nutriti, puliti, ma tutti in casa, con due piccoli balconi…
Erano la sua famiglia, e ben la capisco, ben la capiamo noi che i nostri attuali quattro gatti di Sanremo (Sparisci, Polvere, Macchia, Popoff) teniamo come nostri figli, di Donatella e miei, ma sono solo quattro e a Sanremo intorno alla casa c’è un vasto giardino, Meletta i suoi 18-20-25 li teneva prigionieri in casa…
Era uno dei temi di discussione fra lei e me, discussione rara e inutile perché tanto non c’era speranza che cambiasse idea, per lei sarebbero dovuti vivere lì in casa, nella loro casa, per tutta la loro vita, anche dopo la sua morte… Parlare di queste faccende era una di quelle situazioni in cui lei alzando la voce irritata diceva “qui comando io!!!!”
Sed ad impossibilia nemo tenetur, si dice, nessuno è tenuto a fare cose impossibili, per cui lo smaltimento dei gatti di Meletta è già iniziato, certo è un po’ un trauma per questi animali cambiare casa e ambiente ma supereranno lo shock, le loro nuove mamme sono persone serie. Ma confido che dall’aldilà in cui lei ora si trova la luce divina le abbia fatto capire che trasferire i suoi gatti altrove è l’unica soluzione ragionevole, e a modo suo secondo me già ci sta aiutando nell’impresa, da lassù.

Da alcuni mesi aveva grosse difficoltà a camminare, non usciva più di casa ed era necessaria la collaborazione di un paio di donne quotidianamente per pulire la casa, sistemare e nutrire i gatti e aiutarla in cucina. L’idea di trovare una badante per la notte iniziava a prender spazio nelle menti dei nipoti e di lei stessa. Invece lasciò la casa per l’ultima volta il giovedì chiamandosi il 118 a tarda sera, andando ad aprire la porta agli infermieri, senza avvisare nessuno di quello che stava succedendo, lo scoprimmo soltanto la mattina dopo quando la signora che andava da lei a fare le pulizie arrivando non la trovò in casa e mi avvisò; immaginavo che fosse andata al pronto soccorso dell’ospedale di Sampierdarena, era già successo altre volte, solo che stavolta non aveva chiamato di prima mattina per dire che si era già stufata di star lì e voleva tornare a casa. E infatti non tornò. Non ne era più in grado, fu chiaro per i medici e penso fosse chiaro anche per lei.

Lo era, ben chiaro per lei… Me ne sono reso conto soltanto parecchi giorni dopo la sua morte, ripensandoci con maggior calma… Quando aveva deciso di andare nottetempo al pronto soccorso la volta precedente, qualche mese fa, c’era andata in camicia da notte. Questa volta, il venerdì mattina, l’ho trovata su una barella del pronto soccorso vestita di tutto punto, gonna blu, camicetta bianca, orologio al polso, crocifisso al collo…. lì per lì non ci feci caso ma avrei dovuto capirlo subito: questa volta era uscita di casa per non tornarne mai più e si era vestita “elegante” perché sapeva che questa era l’uscita definitiva.

Da due anni le telefonav(am)o tutte le mattine per assicurarci che non fosse morta nel sonno, e sinceramente questo impegno costante mi era venuto a pesare, alla lunga; “sono le 9 e mezza, devo chiamare Meletta” da Genova, da Sanremo, da Pieve di Cadore, da Lubiana, da…. Naturalmente ora che ne sono manlevato mi manca la sua voce al mattino che mi chiede “dove sei? quando vieni?”….

Niente badante scelta dai nipoti, niente impicci imposti dai servizi sociali, Maria Pia detta Meletta ha vissuto la sua non facile vita libera e indipendente sino alla fine, sino a tre giorni prima della conclusione definitiva, e in fondo si è scelta in totale libertà anche la fine, andando spontaneamente in ospedale senza chiedere niente a nessuno, né consigli né aiuto. Che dai cieli dell’Empireo protegga i suoi gatti e tutti coloro che l’hanno conosciuta e le hanno voluto bene, e anche quelli a cui ha fatto perdere la pazienza, e preghi per loro.

(Scritto il 29 maggio 2014)

 

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