Dolci, profumati, aromatici, amari, ne esistono persino alcuni che hanno profumi e aromi “animaleschi”. I mieli, il miele.

Grande invenzione, l’addomesticamento delle api, che ci permette di gustare il miele. I mieli, che ce n’è di moltissimi tipi e di diversi gusti, profumi, aromi, retrogusti, esattamente come i vini, gli oli, i formaggi.

Martedì scorso si è tenuto a Sanremo, complice il locale Club Unesco, un laboratorio del gusto sul miele organizzato dalla condotta Slow Food di Bordighera e degli Otto Luoghi (i non-liguri-ponentini credo ignorino cosa sono gli Otto Luoghi, è roba storica di autonomie locali nell’ambito di quel Commonwealth che era la Repubblica di Genova) e gestito da un barbuto apicoltore astigiano che ha raccontato alcune cosette biologico-chimico-fisico-alimentar-organolettiche sul miele e ci ha fatto assaggiare mieli di diverse fioriture, alcuni da soli, altri accompagnati a cibi (tonno affumicato, lardo, pecorino stagionato, ricotta) e a un po’ di buon vino passito di Pantelleria.

In famiglia siamo buoni consumatori di miele, io lo metto anche nel caffè al posto dello zucchero, lo acquistiamo spesso e volentieri in giro per l’Italia e l’Europa e rigorosamente artigianale, mica l’Ambrosoli industriale dei supermercati, quindi non si era totalmente digiuni né di teoria né di pratica; ma come sempre succede, il sentire parlare con affetto e passione di un argomento e l’essere portati a prendere in considerazione i dettagli e il senso profondo delle attività quotidiane è cosa piacevole, interessante, utile.

Personalmente mi sono autocompiaciuto di aver riconosciuto subito il profumato squisito miele di lavanda della Provenza, quello quasi altrettanto profumato di agrumi, il liquido e un po’ ovvio miele di acacia e lo scuro, amaro miele di castagno. Pur avendoli già mangiati non ho riconosciuto il tiglio e il forte tarassaco, poi ho scoperto il pungente corbezzolo e ora non ricordo cosa c’era d’altro (abete, rododendro…) ma non importa. Comunque non era una gara a riconoscimento, si assaggiava per percepire aromi e differenze.

In questo periodo poi sto bazzicando nomi e indirizzi di associazioni di apicoltori liguri anche per lavoro, e ho scoperto che c’è un mucchio di gente che alleva api e fa miele artigianale, e ciò mi pare bello. Solo in Liguria sono qualche centinaio, italianamente raggruppati (ma è più corretto dire “divisi”) in 3 associazioni principali e alcune altre minori. Esattamente come i partiti politici, qualcuno grande e un fracco di “cespugli” divisi l’un l’altro – immagino io – solo dalla litigiosità individuale e dalla bramosia di potere; Cesare diceva che è meglio essere il primo in un oscuro villaggio della Gallia che il secondo a Roma, probabilmente l’ego di alcuni è più soddisfatto dall’essere il presidente dell’Associazione Apicoltori Valdeipuffi di Sotto con pigrecomezzi soci piuttosto che essere soltanto il vicepresidente di Apiliguria con 300 iscritti.

Un paio di settimane fa andai a Firenze e in quella magnificenza che è l’Officina Farmaceutica di Santa Maria Novella presi un vasetto dello stranissimo miele di ailanto, di cui ignoravo l’esistenza. L’ailanto è albero brutto, puzzolente e infestante, e sto miele l’ho preso solo per curiosità di scienziato, senza aspettarmi sublimi piaceri organolettici. Non l’abbiamo ancora assaggiato ma ho chiesto info all’apicoltore barbuto e mi ha detto che “quello di ailanto è uno dei peggio mieli”, cosa che un po’ temevo… puzzolente e fetente, più o meno. Lo assaggerò, in nome del Progresso della Conoscenza, e probabilmente non lo acquisterò mai più. Meglio la lavanda di Valensole, nella verde Provenza.

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