Decidere di muoversi all’alba delle 7,20 da Sanremo fu quasi un atto di fede: cielo plumbeo e basso di nuvole spinte dal vento di mare contro le colline, minaccia di pioggia autunnale e afa sciroccale. Non proprio l’ideale per una giornata da trascorrere camminando a 1700 metri di quota fra larici e burroni calcarei. Ma gli altri dieci genovesi ci aspettavano al comodo e ben attrezzato rifugio Allavena, al colle della Melosa, sul crinale alpestre tra valle Argentina (Triora, per chi sa di geografia del Ponente ligure) e val Nervia (Pigna), a uno starnuto dal confine francese della val Roja.

Andando su anche peggio, visto che quelle nuvole basse che coprivano le colline di Taggia abbiamo dovuto bucarle e guidarci dentro… ma su! Dopo chilometri e curve varie tra olivi-castagni-pini neri, e dopo aver alzato un rapace marrone dal ciglio del bosco lungo la strada, come per magia, diciamo un chilometro prima di raggiungere il rifugio bam!, le nuvole finiscono e un sole chiarissimo ed estivo, appena velato dall’umidità dell’aria di montagna, ci riempie occhi e macchina. Insomma, sei ore di camminata con sosta, pranzo al sacco e divagazione verso la cima del monte, tutte al sole, sopra le nuvole come in aereo, tranne una ventina di minuti dentro la nebbia non fitta con improvvise visioni un po’ vertiginose di pareti verticali di calcare arido che facevano tanto (tanto, beh..un po’) Himalaya.
Sole anche caldo, e tutto quel boccolìo di nubi bianche e grigiastre di sotto, verso la costa, batuffolose, che siamo tornati giù alla sera assai più rossi in faccia della partenza, meglio, assai meglio che se fossimo andati al mare, dove quasi pioveva.

Il Sentiero degli Alpini per chi non lo sa è un percorso a doppio anello, un 8, metà in Italia metà in Francia, in quella parte di val Roja che era italiana fino alla guerra, e si svolge intorno alla cima del maestoso e quasi dolomitico monte Toraggio, in parte su ampi sentieri erbosi ben battuti fra prati con sparsi rododendri (fioriti a giugno, non ora) lamponi e larici profumatissimi, e in parte scavato nella roccia con resti di piloni in cemento e piccoli bunker, e bei burroni scivolosi al di sotto. Ma ci sono cavi in ferro per tenersi nei punti più scoscesi. Un saliscendi abbastanza blando tra i 1600 e i 1900 metri di quota, con un’unica sorgente lungo il percorso. Acqua fresca e buona e ferace – che vuol dire? – ma a fine estate è proprio l’unica, ed essendo subito all’inizio poi si rischia di sentire la sete.

Durante gli ozi prandiali, bello vedere i corvi giocare con il vento e le termiche e balzare su dai burroni della val Roia ad ali spalancate e storte, a coppie e in gruppi. Poi i cavalli lontani (e le loro cacche vicine vicine), e una comitiva very international italo-franco-inglese che scarpinava in senso opposto al nostro, buongiorno bonjour.
A nordovest, in cima alla val Roja, il magollone del monte Bego, montagna sacra ai Liguri preistorici, ci guardava silente e sornione, arido e assolato. Mentre alcuni baldi e sani di gambe e ginocchia (quindi non io) tentavano la salita alla cima del Toraggio, giusto per camminare ancora un pochino.

Terminata la gita, per taluni la visita di Triora, paese di streghe e di buon pane, indi discesa a Sanremo, con aperitivo in casa e cena in ristorante ameno. Credo che la prossima volta proverò il risotto con gamberi e arancio.

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