Il nome tecnico di “tensostruttura” e i cavi in acciaio che lo tengono appeso al grande bigo postmoderno dichiarano la sua giovanissima età. Ma a osservarlo dai Magazzini del Cotone, al di là dei bagliori grigi che il mare riflette sotto l’ultimo crepuscolo estivo, il tendone bianco di piazza delle Feste in ponte Embriaco ha sentore di antico, di nomadi, di deserto. Lì, al centro del Porto Antico rinnovato per celebrare i cinquecento anni del gran viaggio di Colombo, voci e musiche africane e asiatiche riempiono l’aria tiepida, sorvolano il pubblico qui convenuto per il festival di musica mediterranea, raggiungono i ragazzi all’uscita dei cinema multisala, le coppie che cenano nei ristoranti, le famiglie che vagabondano oziose tra i tavolini dei bar, le foche dell’Acquario a riposo dopo un’altra giornata di pubblica esibizione, i panfili bianchi che rollano piano, i portuali al lavoro sotto le immense gru di Calata Sanità, i turisti nordici che dopo aver volteggiato sulle curve pazze dell’autostrada si sono imbarcati sui traghetti, ansiosi di spiagge isolane; spinta dalla brezza marina la musica vola, si impenna verso le finestre aperte dei palazzi in bilico sulle colline e sfuma tra le pinete del forte Sperone, illuminata vetta della città.
Genova porta d’Europa, Genova vertice del Mediterraneo, Genova che da secoli mescola e assimila genti e culture, Genova che parla un dialetto infarcito di termini arabi e greci, i cui artisti suonano musiche che sanno di Spagna e di Libano, inconfondibili come il sentore di zolfo del bianco di Coronata, l’unico vero vino genovese. Genova alla riscoperta di quella “mediterraneità” che raduna sotto lo stesso cielo sfuocato lingue, costumi, usanze e riti di genti apparentemente diverse ma in realtà unite dallo stesso destino nomade, dalla stessa fede in quell’unico Dio che in un giorno di una lontana preistoria benedisse il pastore Abramo e la sua discendenza, numerosa come le stelle del cielo.
Questo porto antico vide arrivare le vele degli Arabi saccheggiatori e scienziati lanciati alla conquista del mondo in nome del Profeta, accolse gli Ebrei medici, cartografi e banchieri in fuga dalla Spagna reconquistata, chiamò pittori dalle Fiandre che celebrassero le ricchezze liguri e fiamminghe unite dalla stessa corona spagnola, imbarcò per l’America famiglie appenniniche povere di cibo e ricche di sogni. E oggi accoglie con uguale disinvoltura i lussuosi transatlantici da crociera dove anziani giramondo anglosassoni cercano di dimenticare il trascorrere del tempo e gli affollati traghetti africani da cui sbarcano giovani di incerte e travagliate speranze.

(Pubblicato nel libro “GENOVA” edito dalla SAGEP nel novembre 2000)

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