Fino allo scorso febbraio io ignoravo l’esistenza delle isole Bijagos.
Fino a venerdì scorso io ignoravo l’esistenza dell’ameno borgo di Nazzano.

Appresi che al largo della Guinea Bissau – piccola e povera nazione africana ex colonia portoghese sull’Oceano Atlantico subito a sud del Senegal – esistono queste isole, abitate da una popolazione molto africana, che vive in villaggi molto africani di fango e paglia, sotto grandi baobab molto africani, quando gli amici genovesi Nilla e Guido invitarono Donatella a seguirli nella loro settimana di vacanza pescatrice in un villaggetto turistico eco-solidale su una di quelle isole, Kerè, che ha l’aria un poco maldiviana e il cui mare è pescosissimo e pieno di squisiti e saporiti barracuda. Più altri pescioni succulenti. Il villaggetto ad uso dei turisti europei è gestito da un’associazione onlus italo-francese che si chiama L’Isola che c’è (www.lisolacheceonlus.org), che si occupa di far funzionare e finanziare varie attività utili nelle isole e nella capitale Bissau, quali un ospedale, un orfanotrofio, scuole e cose così, e sostengono la popolazione di alcuni villaggi con materiale scolastico, vestiti eccetera.
Non posso ora scendere nei dettagli dell’Isola che c’è e di ciò che fa in Guinea Bissau, questo lo si trova meglio detto nel loro sito, perché io lo so solo per sentito dire, mica ci sono stato laggiù.

Nazzano è un paese a nord di Roma, su un colle che guarda alcuni meandri del Tevere tutelati da un Parco Regionale di alberi e avifauna fluviale, fra colline verdeggianti e monti azzurrini lontani che sembrano quelli della Valdichiana dipinta nei quadri di Leonardo. A Nazzano ha casa, quando è in Italia, Martina Sottocorona, boss dell’Associazione isolana e titolare col marito francese Laurent del villaggio turistico di Kerè, nonché figlia del capitano Paolo Sottocorona che forse alcuni di voi potrebbero conoscere perché è il meteorologo che fa le previsioni del tempo in tv su La 7. Simpatico a vederlo in tv e ancor più simpatico dal vivo.
Il fine settimana scorso la famiglia Sottocorona era a Nazzano, Martina con la simpaticissima figlia Artemisia di circa 2 anni e una seconda bimba (Dafne) in formazione nel pancione, + il cane Filippo, grande inseguitore e acchiappatore di arance marce e pezzi di corteccia di palma che io debitamente gli lanciavo fra il giardino e il prato sottostante. Erano tutti lì per l’annuale Festa di Solidarietà dell’Associazione che viene organizzata sulla piazza della Rocca di Nazzano, dove essa rocca è un castellone massiccio molto medievale che domina il paese ristretto e pietroso, castello appartenuto a chissà quale famiglia romana mezza nobile e mezza ignobile (questa è una citazione di Gilberto Govi, i non genovesi non credo che la capiscano). Donatella (e io al seguito) era stata invitata e ben volentieri ci siamo andati, sobbarcandoci un viaggio in treno di circa 8+8 ore a/r dalla Liguria a Roma Ostiense a Nazzano.

La festa fondamentalmente non si distingueva da una qualsiasi festa paesana /festa dell’Unità (o come diavolo si chiamano adesso), con bancarelle di oggetti artigianali africani in vendita, lotteria e riffa, caccia al tesoro per i bambini, pasta e salsicce per cena, i musicanti sul palco, le solite cose insomma. Il ricavato del tutto era a benefizio dell’associazione e quindi delle attività in Africa.
La differenza stava nell’Ospite d’Onore Pomeridiano, ovvero un temporalone con grandine, rovesci di pioggiona, raffiche di vento e rombar di tuoni che ha colpito quasi inopinatamente la piazza di Nazzano mentre noi si era lì sotto il gazebone dell’artigianato, appena appena finiti di sistemare in bella vista a scopo vendita tutti gli articoli, maschere in legno, animaletti in pietra, tappeti batik, borse e astucci in cuoio, gioielli in pietra dura e quant’altro la fantasia artigiana del Continente Nero avesse saputo inventare e fabbricare.

Dico “quasi” inopinatamente perché l’Esimio Meteorologo ben ci aveva avvertito che per il pomeriggio si prevedeva pioggia e tumulti atmosferici. Ma al mattino, e sino alle 2, forse 3 del pomeriggio, il cielo è rimasto così sereno, il sole così splendente, che insomma, tutti si era stati un po’ fiduciosi nella clemenza di Giove Pluvio.
Invece succede che tuttoduntratto inizia uno spettacolino teatrale dei bambini nella sala teatrale del vicino edificio pubblico che ospita anche il Museo del Fiume, quindi quasi tutti i presenti nella piazza, paesani in visita e organizzatori della festa, si chiudono nel teatro ad assistere. Restano fuori pochi grulli, Donatella, io ed Elisa (amica trevigiana di Martina) sotto il gazebone dell’artigianato, e due ragazzine del paese sotto il vicino gazebino della lotteria.
Qui scoppia il diluvio universale.
Pochi, lunghissimi, incazzatissimi minuti di acqua a stracatinelle che dapprima inzuppò i leggeri teli dei gazebi, poi abbatté il nostro bello e fragile gazebone verde rovesciando e rirovesciando e strarovesciando ettolitri d’acqua sulle nostre teste liguro-venete, sui nostri volti silvani, sui nostri vestimenti leggeri, sulla favola bella che ieri c’illuse (quella che per tutto il giorno sarebbe rimasto il sole), e pazienza se non c’era Ermione ma Donatella ed Elisa. Goffi e vani tentativi di salvare i preziosi oggetti d’artigianato che si erano fatti giorni e chilometri di viaggio intercontinentale per essere venduti a fin di bene e pareva brutto che finissero affogati sotto un banale, se pur violento, temporale laziale di fine estate. Boja se qualcuno dei teatranti si è scomodato per venirci in soccorso, solo le due parimenti fradice ragazzine del banchetto della lotteria si sono fatte avanti ad aiutarci a tenere malamente su sto cavolo di gazebo in crollo, poi dopo un poco, vista la vanità dello sforzo, se ne sono andate a casa loro ad asciugarsi. Lasciando, commentavamo inter nos, come unici superstiti a cercare di salvare il salvabile gli unici tre belinuin/mona non autoctoni, gli unici stranieri dell’intera festa. Mentre i nazzanesi erano tutti all’asciutto nel teatro.

Nulla da eccepire, probabilmente anch’io se mi fossi trovato al coperto allo scoppiare delle ostilità atmosferiche mi sarei preso ben guardia dal lanciarmi eroicamente nella tempesta, quindi mica mi sono incazzato. Mi sono, ci siamo, soltanto infradiciati, ma così tanto infradiciati che ancora domenica sera a Sanremo, più di 32 ore dopo la buriana, le mie mutande e le calze erano ancora umide.

Dopo una mezz’oretta di satanassi finalmente passa la tempesta, e mentre udiamo augelli far festa spuntano i nazzanesi fuori dall’asciutto teatro, cosicché noi tre ranocchi possiamo abbandonare, sconfitti ma non domi, la posizione sotto a ciò che resta del gazebo e andare a casa a cambiarci. Elisa che non aveva scarpe di ricambio si fa portare dal babbo Paolo (che essendo meteorologo è responsabile d’ufficio di ciò che è successo anche se ci aveva preavvisati) ad acquistare un delizioso paio di scarpine nuove simil Cenerentola che forse non sarebbero piaciute nemmeno a Imelda Marcos ma non ne ha trovare altre, quindi buone quelle…

Al nostro ritorno in piazza, mani rapide e pietose avevano già ricomposto il gazebo, rimesso in esposizione le cose meno bagnate, dopodiché la vita ricomincia, con discreto successo serale di vendita, un’altra breve pioggia ma non violenta, la cena, i musicanti che per prudenza musicano non sul palco all’aperto in piazza ma dentro il teatro, la rocca che continua a incombere massiccia ma amichevole su uomini e cose, insomma tutto bene bravi tutti.

Domenica mattina, a smontaggio quasi concluso e sotto il sole, si parlava con il sindaco di Nazzano e qualche membro dell’Associazione della possibilità eventuale di portare in tournèe l’Isola che c’è per farla conoscere urbi et orbi, magari organizzando una qualche mezza giornata di presentazione ad esempio a Sanremo tramite il Club Unesco, cose così. Ne riparleremo.

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