C’è un momento che prima o poi arriva per tutti quelli che hanno una vita normale, nel senso di una vita priva di eventi esageratamente tragici: quello in cui si cessa di essere figli perché muore il secondo genitore.
Di regola, quel momento lo si aspetta da tempo: quando ti trovi ad avere il secondo genitore che ha 88 anni di età sai bene che prima o poi che l’evento accadrà. Ma anche se te lo aspetti, quando accade veramente ti dà da pensare. Ti rendi conto che un’altra parte della tua vita è conclusa. Momenti così ce ne sono parecchi nella vita di ognuno, momenti di conclusionedelpassato-iniziodelfuturo… Il primo giorno di scuola è uno di quelli, e anche l’ultimo giorno di scuola (sia maturità o laurea), il primo giorno di lavoro, il giorno del matrimonio per chi si sposa, la nascita del primo figlio per chi ha figli… Alcuni sono momenti “di salita” verso nuove fasi di crescita (inizio scuola, inizio lavoro, matrimonio, figlio…), altri appaiono più come eventi “di discesa” verso fasi di decadenza, come il primo giorno della pensione (per chi ce l’ha e riuscirà ad averla) o magari la prima notte in cui ti devi alzare nel buio più profondo perché ti scappa la pipi (i maschietti. Io grazie a Dio non ci sono ancora arrivato) o l’inizio della menopausa (per le femminucce)… Anche il giorno in cui muore l’ultimo genitore è un momento così, mi pare. Alcuni tra Voi Lettori lo hanno già vissuto poco o molto tempo fa e credo capiscano bene cosa intendo dire. Gli altri non abbiano fretta.

Che effetto fa non avere più i genitori? Mah… Sono cose che ci pensi giorno per giorno, mi pare, man mano che il tempo passa. Per me per ora, a tredici giorni dalla morte di mia madre, il più sono le incombenze pratiche post-mortem, cose come le comunicazioni alla banca, all’Inps, le prime cose da togliere da casa, il trovare nuove funzioni per oggetti che hanno avuto vita e ragion d’essere per decenni nella casa dei miei genitori e che ora devono trovare – quelle che lo troveranno – un nuovo scopo per i figli eredi… Nella quotidianità ciò che mi manca sono le telefonate al mattino e alla sera, magari da Sanremo “che tempo fa lì, come hai dormito, cosa hai fatto…” Incombenze che quando c’erano a volte erano un impiccio “sono le 9, devo chiamare mia mamma”, ora che non incombono più ovviamente mi mancano… Lasciano una lacuna, come si dice in chimica, e immagino che pian piano giorno per giorno, mese per mese verrà riempita dagli elettroni della quotidianità e alla fine non ci farò più caso…

Ora Adriana P. vedova D.A. è nella sua parte fisica nel cimitero di Ormea insieme a suo marito (mio padre) e ai suoi genitori (miei nonni), nella sua parte spirituale ognuno se la immagini ubicata dove preferisce. Capisco il senso culturale, sociale, psicologico, igienico dei cimiteri. A me piacciono dal punto di vista artistico e come archivi di nomi, facce e frasi di vita passata e di personaggi vissuti; quelli piccolini di campagna mi sembrano anche parecchio mistici. Ma come posto per andarci ad abitare io non ne sono mai stato entusiasta. A me piacerebbe fare come dice Guccini in “L’albero ed io”, essere messo sotto un albero e diventar parte di esso, e attraverso l’albero continuare a essere materia vivente tra la materia vivente, continuare a vivere “sotto quel cielo che dicon di Dio”. La cremazione bah, certo facendoti cremare risparmi spazio ma è cosa ben diversa da sistemarsi in un bosco sotto un faggio; con la cenere che ci fai, al massimo fertilizzi un vasetto di ciclamini. O come quel vecchiaccio di Keith Richards che sostiene di essersi sniffato le ceneri di suo padre…

Però la prossima volta parliamo di cose più allegre, di gatti o magari di cittàslow

(Scritto il 16 ottobre 2015)

 

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