So che molti, leggendo “di pecore e di zingari”, penseranno che sono meglio le prime dei secondi.

Io credo di essere piuttosto individualista e poco propenso a ragionare per grandi categorie, quindi credo che “quella” pecora che mi assalisse a testa e corna basse e “quello” zingaro che mi rubasse in casa mi starebbero alquanto sui cabbasisi e augurerei loro diverse sfighe e disavventure sgradevoli, ma in generale le pecore mi piacciono e i pochi zingari che ho conosciuto (facendo doposcuola al Ce.Sto. diversi anni fa) erano ragazzi e ragazze simpatici.

Ciò posto, parliamo di letteratura.

Le pecore, insieme alle mucche, alle capre, agli asini, ai cani pastore e agli esseri umani che con questi animali vivono e lavorano, sono protagoniste della più recente fatica letteraria di Marzia Verona, una di quelle persone fortunate (fra la quali mi ci metto anch’io) che – come dice lei stessa nella quarta di copertina – “ha progressivamente coniugato i suoi interessi con la propria attività”. Interessi e attività che riguardano la montagna – le Alpi piemontesi in particolare – e la vita dei pastori – transumanti in particolare. Se andate a cercare il suo sito www.marziamontagna.it capite meglio chi è e cosa fa. Nella fattispecie, in questo suo ultimo libro, che è una raccolta di racconti-saggi, racconta la vita quotidiana, mensile, annuale, dei pastori e dei loro animali. Che assumono – le assumono perché ce l’hanno davvero, mica per finzione letteraria – diverse personalità a seconda della specie a cui appartengono e a seconda del carattere dei singoli individui. Che anche fra pecore e vacche, come nelle persone, ci sono i coraggiosi e i timidi, gli astuti e i grulli, gli allegri e gli incazzosi, gli amiconi e i solitari, i bizzarri (la pecora che sta con le vacche, l’asino che riporta a casa il padrone ciucco, il toro che balla….). Marzia ci vive e ci convive da anni coi pastori e con i loro animali e da come ne scrive e ne descrive la vita, i pensieri, i comportamenti si capisce che è esperta di quel mondo.
Ecco, quel mondo: un mondo che è geograficamente vicino, talvolta vicinissimo, limitrofo al mondo in cui vivo io e vivete quasi tutti voi; un mondo che è un pezzo storicamente, economicamente e culturalmente importante del multiforme universo che costituisce la nazione italiana nel suo insieme; però è anche un mondo che per molti – me compreso – appare distante e quasi sconosciuto, tanto nei suoi dettagli quanto nelle sue strutture generali. Marzia lo racconta e lo fa conoscere in maniera “leggera” (leggerezza calviniana, direi) e profonda al contempo, con affetto e partecipazione. E senza cedimenti sentimentali e “oleografici” a fini letterari.

Io più invecchio più mi affeziono a quel quarto, quel terzo, non so bene quanta percentuale di geni del mio dna arrivino dalle valli occitane del Cuneese, però avverto in maniera crescente, emotivamente più che razionalmente, il legame che mi unisce almeno in parte a quel mondo di pascoli alpini, quindi mi sono letto con mucho gusto questo “Intelligente come un asino, intraprendente come una pecora”, sorridendo fra me e me – e qua e là commuovendomi un po’, lo ammetto – alle vicende di questi animali e dei loro “padroni” che sono amici e compagni di avventure e disavventure più che meri padroni.
Inoltre, io vivo con animali domestici in casa da quando avevo più o meno 14 anni, e ora ne ho 50; e ho sempre comunicato con loro con tanto piacere e quasi altrettanta facilità, siano stati cani, gatti, criceti, canarini, magari anche i tre pesci rossi (si chiamavano Armadillo, Pangolino e Bartolino Smith, furono in assoluto i primi animali che entrarono in casa mia, se si eccettua la Gnugni, la gatta di mia mamma che io conobbi nei miei primi due anni di vita e che ovviamente non ricordo). Negli ultimi dieci anni, frequentando Donatella e il suo giardino-arcadinoè di Sanremo, ho esteso il concetto di animale domestico a specie meno ovvie, quali merli, pettirossi, piccioni, lumache, e ho facilmente scoperto, senza stupirmi molto, che è possibile stabilire forme di comunicazione anche con costoro. Certo non riesco a fare con un pettirosso (o con una lumaca) quelle chiacchierate articolate e varie che è facile metter su con i gatti di casa, e in generale le “conversazioni” coi merli e coi piccioni (che peraltro sono due specie animali estremamente comunicative) hanno come argomento quasi esclusivo il cibo; difficilmente saprebbero dirmi la loro sulle vicende politiche nazionali o sulle dimostrazioni ontologiche dell’esistenza di Dio. Difficoltà che condividono con gran parte dei miei consimili, peraltro…
Comunque, con queste basi personali, capisco perfettamente che sia possibile per un pastore – come racconta Marzia – affezionarsi a una capra o a un cane “da guardiania” o a una mucca, e restare affascinato dagli agnelli che giocano saltando a piè pari, o dalle mucche che si divertono a fare le scivolate sull’erba.
Sono molto contento di aver letto questo libro, si. Ora dobbiamo davvero riuscire a organizzare la sua discesa a Sanremo per una presentazione pubblica in Riviera, che il tempo passa…

Gli zingari, adesso mentre sto scrivendo, stanno raccontando le loro storie, per lo più di emarginazione, di silenzio, di vergogna, di incomunicabilità, e anche di “soluzione finale” nazista (o svizzera, se pur la soluzione finale svizzera avrebbe dovuto essere meno fisicamente cruenta di quella nazista), al teatro Duse di Genova per bocca (e barba) di Pino Petruzzelli, che porta in scena in questi giorni il suo libro “Non chiamarmi zingaro”, frutto di alcuni anni di suoi giri per l’Italia e l’Europa alla ricerca di storie e di vite dei rom, dei sinti e di tutte le popolazioni nomadi o ex-nomadi che vengono genericamene riunite nel termine “zingaro”. Un popolo senza patria, senza scrittura, senza bandiera, la cui storia è sempre stata scritta da altri; un popolo che per scelta propria e altrui ha sempre vissuto dentro(fisicamente)-e-fuori(emotivamente) da ogni società umana “normale”. E che, per questo, non è mai stato capito e accettato. Avevo pensato di andare a sentire lo spettacolo-monologo di Pino proprio stasera, ma la settimana scorsa ho finito di leggere il libro da cui ha tratto lo spettacolo e quindi ho deciso che me ne sarei stato a casa tanto so già benissimo le storie che sta portando in scena. Pigro..
Ma auguro a Pino (che non ha bisogno dei miei auguri, per fortuna sua) un grande successo di pubblico e di critica. Nella speranza che il suo libro e il suo monologo teatrale possano contribuire ad avvicinare un poco i “gagi” agli zingari e gli zingari ai gagi (che siamo noi “stanziali”).
Ma anche nella personale convinzione che non ci potrà mai essere piena e serena convivenza tra chi discende culturalmente dal contadino Caino e chi trova le sue origini culturali nel pastore nomade Abele. Delle varie possibili interpretazioni del celebre episodio della Genesi in cui Caino uccide Abele, quella che mi pare più sensata vede nel fratricidio il simbolo della incomunicabilità irrimediabile fra i popoli stanziali (stanziali perché agricoli, almeno in origine) e quelli nomadi. Il contadino Caino uccide il pastore Abele proprio come succede nella storia dell’umanità, dove i popoli stanziali sempre scacciano – e uccidono quando possono – i nomadi. Però YHWH aveva gradito l’offerta di Abele e non quella di Caino…. pare che a Dio gli zingari piacciano…

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