Prendi Beynac, per esempio: tutt’una cascata di antiche case brune di pietra che dalla riva della Dordogne ampia e rapida se ne salgono sulla collina quasi verticale su fino alle mura grigie del castello, una successione di straduzze e scalini, cortili fioriti di rose, persiane colorate, tetti tranquilli, il panorama sulla valle verdissima che si fa più ampio man mano che si sale.

La Roque Gageac invece è allungata e stretta lungo lo stesso fiume, appena più a monte di Beynac. Dietro c’è una collina ripida e stretta ma le case qui vi si appoggiano senza la pretesa di conquistarne la cima. Due modi diversi di intendere la propria posizione nel mondo, evidentemente: il castello di Beynac si vede da lontano e già dai noceti del fondovalle si annuncia la sua possanza; La Roque Gageac, con case e castello, non si preannuncia e appare a sorpresa a una curva della strada, il fiume fa un’ansa appena accennata ed eccolo lì, il bel borgo di tetti scuri e case chiare quasi a pelo dell’acqua.

Rocamadour non è sulla Dordogne ma lo stile è analogo, anzi è una somma dei due stili: c’è una valle stretta e profonda, c’è il paese allungato in basso a seguire la curva di livello, poi si sale (è una “scala santa”, c’era chi la saliva in ginocchio per penitenza) alla grande abbazia venerata da potenti e umili, tappa importante lungo il Cammino che da Parigi porta a Santiago di Compostela; più in alto ancora è il castello, isolato e aperto a tutti i venti.

Ripido come Beynac ma meno severo nell’aspetto, più “ameno”, più allargato fra la chiesa, le rose in fiore e i ruderi dell’antico maniero è St.Cirq Lapopie, e prima di percorrerne le viuzze fra una vendita di vini e un ristorantino, è bello fermarsi a osservarlo (e fotografarlo) da lungi, man mano che ci si avvicina e l’articolata successione altimetrica di case e strade diventa meno indistinta.

Monpazier invece è una “bastide”, cioè uno dei tanti borghi murati fondati fra Medioevo e prima Età Moderna per popolare e difendere le campagne extraurbane, qualcosa di simile alle “città nuove” italiane, vedi Villanova d’Albenga o Filetto di Villafranca in Lunigiana. Monpazier ha la piazza centrale rettangolare circondata da case e palazzotti porticati, ha una rete di strade ortogonali, ha una dignitosa eleganza rurale che rende questo paese del profondo Périgord non meno bello dei più famosi suoi vicini “verticali”. Che non so se i loro abitanti li chiamino “villages perchés” (paesi appesi) come avviene per i borghi collinari della Provenza ma appesi lo sono come e più di quelli, condividendo con i cugini provenzali anche l’antica cultura e lingua occitana.

Quando dico che siamo stati in Périgord i più chiedono “dov’è?”. Alcuni, colti, chiedono “avete mangiato fuagrà?” Perché il Périgord è famoso per il fois gras. Oltre che per i tartufi e per il vino di Bergerac e di Cahors, che veramente è nel Lot, non più nel Périgord ma per un italiano fa poca differenza, è tutta Francia centrale.
Donatella non mangia neanche la carne d’anatra, figuriamoci il fegato delle oche ingrassate a forza, quindi no, non abbiamo mangiato fois gras. Neanch’io lo mangio, per le stesse ragioni di Donatella. L’anatra però mi piace, tanto è d’allevamento come i polli e ne abbiamo viste anche di ruspanti nei campi.

Oltre che per il fegato grasso d’oca, per i suoi paesi, per le sue grotte dipinte dagli uomini di Cro Magnon, potrei dire che il Périgord è famoso anche per i suoi cieli coperti e piovosi, per i suoi fiumi in piena e per l’ospitalità squisita e abbondante (in senso letterale, di cene lunghissime e strappatrippa) di Michel e Monique Vergnolle, là nella loro fattoria della Cote Rouge.

La Francia, a me, è sempre piaciuta. E soprattutto mi allieta l’anima la Francia centrale, con la vastità delle sue campagne di boschi e campi, le straduzze che vagano apparentemente senza meta, le mucche che pascolano calme all’aperto sotto il sole e sotto il temporale, i paesini ordinati e puliti che mantengono un’eleganza architettonica, una delicatezza di arredo urbano che noi ce la sogniamo. Cosa c’hanno i francesi di diverso da noi, che riescono a conservare la bellezza “minore” della loro terra con così maggiore facilità? Non lo so, però basta fare i 10 km che separano Ventimiglia da Mentone per accorgersi della differenza…

Comunque: vacanza di una settimana e 2900 km nella Francia del Sud-Ovest; in tre, ché c’era anche l’archiatra di corte, al secolo l’amica Anna S. medico omeopata. Tappe iniziali fra le mura medievali e la bastide di Carcassonne, nella vivacità rosata e mediterranea di Tolosa, fra l’eleganza parigina di Bordeaux e sotto la pioggia e il vento dell’incredibile Duna du Pyla presso Arcachon, un dunone di sabbia in stile Sahara vecchio di 4000 anni e attualmente alto 110 metri, con l’Atlantico davanti e una pineta destinata alla sepoltura dietro. Un ritorno dopo 17 anni per me, che già mi arrampicai in cima a quella duna nel 1991, ma 17 anni fa c’era il sole. Forse sotto la pioggia ha più fascino ancora, a ripensarci ora che sono asciutto.

Poi Périgord e Lot, girando fra le pianeggianti bastides e i verticali paesi aggrappati alle falesie fluviali: Beynac, St.Cirq Lapopie, La Roque-Gageac, Sarlat, Rocamadour, Domme, Monpazier, questi i nomi delle località più belle. E uscendo dai paesi si entrava in qualche grotta, soprattutto Lascaux (quella dei cavalli e dei bovini dipinti), si bighellonava nel mercato ambulante di Périgueux, si assaggiava il vino di Bergerac, si fotografavano i “patrimoni dell’Umanità dell’Unesco”: il ponte di Cahors, le chiese e le abbazie sulla strada dei pellegrini diretti a Santiago de Compostela….
Il tutto accanto allo scorrere tumultuoso di fiumi marroni, gonfi dell’acqua di questa primavera piovosissima. Fiumi e cielo nuvoloso che però davano un magnifico aspetto molto “sturm-und-drang” a questi borghi medievali e castelluti in pietra bruna. E forse la pioggia ha tenuto lontano qualche turista di troppo, così che è stato possibile gustarci con maggior calma le vie dei borghi e le policromie delle rose arrampicate sui muri.

E poi ci sono loro, Mr e Mme Vergnolle, cordialissimi, loquaci e rustici padroni di casa fra i campi e i cerbiatti di Montferrand du Périgord. “Table d’hote” significa che dormi, fai colazione e ceni a casa di chi ti ospita, un b&b con cena annessa. La table di Monique Vergnolle è una delizia del palato, forse un superlavoro per lo stomaco, ma per sole 5 sere ce lo si può permettere; la sera a casa dei signori Vergnolle è un trionfo di convivialità che si concretizza in cene che durano tre ore fra aperitif, soupe, entrèe, viande, fromage, dessert, cafè, digestif….e vin rouge versato nel bicchiere secondo il concetto “non lo lasciar mai vuoto, non lo lasciar mai pieno”.
Il tutto, animato da intense conversazioni in francese coi padroni di casa e gli altri ospiti, nel nostro caso una coppia francese del Nord e una coppia belga (+ una coppia inglese l’ultima sera). Che alla lunga diventava anche un po’ faticoso tutto ‘sto parlare in francese di cose delle più varie, i funghi porcini e il grasso d’anatra, le desinenze toponomastiche occitane e i pettegolezzi di paese, le antiche fonderie di ferro e l’influenza degli ecologisti nella politica nazionale… faticoso ma molto piacevole, e direi che ce la siamo cavata egregiamente tutte le sere.

“Invecchiando” mi cala il desiderio di viaggiare lontano nel mondo e rimane invece forte e vivo il piacere di giracchiare per l’Europa e l’Italia. Contentissimo di essere stato in California, in Brasile, a Buenos Aires, in Kamciatka, ma queste vacanze “sotto casa” ora mi soddisfano di più. Arrivo volentieri sino in Israele, benissimo Tallinn e Berlino, tornerei a Mosca, ma anche se non andrò mai in Madagascar o in Vietnam, chissenefrega; tanto c’è la deliziosa Francia così a portata di mano…

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