Era brutto. Con quelle escrescenze rosee sul becco, con il camminare impacciato, con le piume e le penne sempre arruffate, con le zampe grigie anziché di quel rosso vivo che hanno normalmente i piccioni. L’abbiamo trovato un mattino che zampettava perplesso sul muretto dei contatori del gas sotto alla finestra della cucina, e pigolava come un pulcino pur avendo le dimensioni del piccione adulto. Quando gli si avvicinavano due piccioni “normali” (che presto capimmo essere i suoi genitori) iniziava a pigolare per chiedere cibo, e vidi con mia iniziale meraviglia che quei due adulti lo imboccavano, rigurgitando il cibo che avevano appena mangiato, come gli uccelli fanno normalmente coi loro piccoli. Insomma, ci rendemmo conto che quel piccione “brutto anatroccolo”, ma proprio brutto, poveretto, era ciò che credo gli ornitologi definiscano un “pullo”, ovvero un giovane, non più pulcino ma non ancora adulto.
Càpita di veder girare per il giardino di Sanremo giovani merli e storni, goffi nei voli e con la coda corta, talvolta vi passeggiano giovani gabbiani reali, dal piumaggio marroncino e dall’espressione arcigna, così diversi dagli adulti bianchi e grigi che volano alti, feroci e strafottenti ma così belli. Un paio di mesi fa trovammo anche un giovane rondone con difficoltà di volo, che fece molti tentativi di prendere l’aria, tutti terminati con vergognosi tonfi sul terreno e miei recuperi a mano (i rondoni hanno le ali troppo lunghe e se si trovano a terra strisciano come foche senza potersi alzare. Come gli batteva il cuore, poveretto, quando era nella mia mano, prima che si rendesse conto che non gli volevo fare del male) ma finalmente riuscì a farsi coraggio e innalzarsi come si deve. Ma questo è stato il primo piccolo di piccione con cui abbiamo avuto a che fare a tu per tu. L’abbiamo chiamato Piccio, questo giovane piccione dall’aria così sfigata.

 

Chi era già nel vasto novero di Voi Amabili Lettori nell’agosto 2006 forse ricorderà il mio messaggio “Arca di Noè”, dove raccontavo un po’ della nostra – di Donatella e mia – convivenza con la variegata fauna che popola il giardino e la casa di Sanremo.
Da allora qualcosa è cambiato, nello zoo dell’arca sanremese: soprattutto è morta Musetto, l’adorata gatta anziana, la Gatta di Casa, che a circa 14 anni d’età, ai primi dello scorso giugno non è riuscita a superare l’ultima crisi renale e si è spenta in pochi giorni di lenta e tristissima (per noi) agonia, fortunatamente senza dolore e lucida di mente. R.I.P.

Poi ci sono i piccioni: nel corso dell’estate c’è stato un auto-addomesticamento di un gruppo, forse una famiglia allargata, un clan, una piccola tribù, circa una decina di piccioni, che hanno imparato a conoscerci, ci vengono a chiamare sull’uscio di casa, ci seguono in giardino quasi come le paperelle di Konrad Lorenz, due o quattro di loro si affacciano anche dal davanzale della finestra della cucina, con fare gentile e tutto sommato discreto; è gente bene educata, in fondo; vengono soprattutto per l’ora di pranzo e di cena. Cenano presto, verso le 18, come negli ospedali. Se fossero piccioni piemontesi direi che fanno delle merende sinoire.
Cercano le briciole e i pezzetti di pane che lasciamo in fondo al giardino sotto al pino storto proprio per loro (e per i merli, ma in estate i merli vanno in vacanza in campagna, in giardino quasi non ce ne sono; stanno iniziando a tornare proprio in questi giorni), si azzuffano educatamente per mangiarli, alcuni svolazzano a breve distanza quando io o Donatella siamo lì a mettere ‘sto pane per terra, i più temerari (o i più intelligenti) girano tranquilli fra i nostri piedi in attesa di poter mangiare in pace, senza paura.
Normalmente i piccioni sembrano tutti uguali, come si diceva dei negri in tempi politicamente scorretti, in realtà a osservarli bene qualche differenza c’è, nelle dimensioni, nelle sfumature cromatiche del piumaggio, nel modo in cui ti guardano… c’è una picciona (non è che l’abbiamo vista nuda sotto la doccia, è che essendo più piccola di dimensioni supponiamo che sia femmina) che Donatella ha chiamato Bella perché è davvero graziosa, una brunetta tutto pepe un po’ sfacciata che viene dalla finestra della cucina con l’aria curiosa e sicura di sé…

Piccio, si capiva subito che non avrebbe avuto un’esistenza felice. Dopo tutte quelle scene di pigolamenti e imboccamenti infantili, aveva iniziato a zampettare fra le aiuole quando con un urlo di terrore Donatella lo salvò dall’attacco di un gabbiano reale che era sceso a terra, evidentemente realizzando che quel piccione malconcio avrebbe potuto essere un buon bocconcino. La prima notte dopo la sua pigolante comparsa in giardino – era circa una settimana fa – la trascorse appollaiato sul davanzale della finestra della cucina; non avemmo il coraggio di scacciarlo, nel buio delle 10 di sera, e così tenemmo aperte le persiane, confidando che i ladri e gli assassini non sarebbero venuti a cercarci proprio quella notte. Comunque chiudemmo a chiave la porta della cucina, per maggior sicurezza interna.

Il giorno dopo e i due o tre giorni successivi lo vedemmo poco, ci compiacemmo che fosse un po’ regagito (traducendo dal semi-genovese: rinvigorito) e che avesse iniziato a volare in giro; però coi compagni era evidente che non legava, quando c’era da abboffarsi alla mensa in giardino lui era timido, pigolava per farsi imboccare ma i genitori non gli davano più retta, becchettava lentamente e goffamente facendosi passare avanti dagli altri, insomma era evidentemente un reietto, un paria, un ultimo della società. Sempre così brutto, con quelle escrescenze sul becco (che probabilmente erano più sintomo di malattia che semplice deformazione fisica).

Mercoledì pomeriggio il crollo: tornando a casa dalla scarpinata (di lavoro) lungo la bellissima e ripida valletta del Rio Barbaira, lo trovai a terra in giardino tutto arruffato, quasi apatico, quasi indifferente anche alle (blande) minacce di Sparisci – la gattina giovane, ricordate, nevvero? – e appena appena attivo per becchettare stancamente qualche briciola che andai a portargli a mano quasi sotto al suo becco, giusto per nutrirlo un po’. Ma mangiò poco, e lasciò che gli altri piccioni, forti e sani, arrivassero a ripulire la ghiaia di ciò che lui aveva lasciato.
La sera andò ad appallottolarsi per terra sotto la finestra della cucina, in un anfratto buio e protetto, e non lo vedemmo più.
La mattina di ieri, giovedì, ci alzammo come al solito bel presto, e uscimmo di casa verso le 6,40, quando è ancora scuro e il posto dove si era messo Piccio era ancora immerso nell’oscurità, quindi non potemmo capire come stava, anche se in cuor mio temevo il peggio. Io venni a Genova, e fu solo quando Donatella tornò a casa dal lavoro, verso le 14, che lo vide, laggiù nel suo ultimo ricovero notturno, morto. Già preso in carico dalle formiche che con solerzia ed efficacia avevano iniziato la loro lodevole opera di operatori tanatologici, becchine e spazzine.

Immagino che ad alcuni tutta questa storia non sia interessata quasi per niente, ma son certo che alcuni altri immaginano il nostro stato d’animo, giunti a questa conclusione che in realtà era ovvia già dal primo momento che vedemmo questo esserino malconcio: abbiamo una grande tristezza. Perché è vero che di piccioni ce ne sono troppi, è vero che sono “sporchi” e sporcano, è vero tutto, ma quello non era solo un piccione come ce ne sono tanti, era Piccio, cioè era “quel” piccione, uno particolare, che avevamo imparato a riconoscere mentre lui aveva imparato a conoscere noi, e che – inoltre – era così sfortunato di natura, un essere vivente – come ce ne sono tanti al mondo – intrinsecamente destinato all’infelicità. La Natura (sive Deus) è razionale e logica, non emotiva, quindi è stato cosa giusta e perciostesso buona che sia morto così prematuramente. Però io penso di potermi permettere ogni tanto, noi pensiamo di poterci permettere ogni tanto di essere emotivi e non sempre razionali e logici. Quindi a noi la morte di Piccio dispiace. Ci rattrista pensare che sia vissuto così poco e così male. Ci sarà un paradiso per i piccioni?
Che poi è “il” Paradiso, quello valido per tutti gli esseri viventi, che siano Homo sapiens o qualunque altra specie animale e vegetale. Ma qui si va nella teologia, e per ora può bastare così…

(Scritto l’11 settembre 2009)

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