Se un qualche maschio quarantenne o diciamo di mezza età appena sottopeso sentisse improvviso il desiderio di metter su un po’ di quella pancetta così elegantemente maschile, quella che si affaccia curiosa al di sopra delle cinture dei pantaloni quasi a nasconderle, quella che allarga le camicie, che dona una sensuale aria sudaticcia al suo orgoglioso possessore (il quale se vuole fare le cose per bene dovrebbe anche essere un poco stempiato o ancor meglio vantare una calvizie pronunciata) dovrebbe andare per ristoranti nelle colline del Ponente ligure. Dove si mangia benissimo e tantissimo, e occorre un forte sforzo di volontà per rinunciare a qualche piatto. Complice forse anche l’amenità dei luoghi. O la piacevolezza della compagnia….

Lo chef consiglia….per cominciare, diciamo un venerdì sera, si potrebbe far sosta alla Locanda “da Dona”, a conduzione familiare e amicale, con giardino e pergolato, gatti vaganti, simpaticissimi bambini a caccia di gechi e lumache (non da mangiare, solo per curiosità scientifica), amici sanremesi-piemontesi-milanesi-genovesi, e fra prosciutti sopraffini, profumate rostelle, superbi vini rossi piemontesi dall’impronunciabile nome e gelati golosissimi, ammirare nientepopodimenoché il 4° Campionato Mondiale di Fuochi d’Artificio, ove partecipano squadre di bottaioli italiane, tedesche, cinesi, spagnuole e così via.

Il sabato il goloso viaggiatore potrebbe recarsi oltreconfine, sulla Plage de Roquebrune, in Costa Azzurra, dove il simpatico ciringuito locale offirà un Assiette de Barbajuan, interessante non tanto per gli ingredienti, peraltro gradevoli, quanto per il nome, che dimostra come i dialetti della vicina costa francese siano assai liguri (Barbajuan = barbagiuai a Ventimiglia, insomma Barba Giuan = Zio Giovanni: proprio come a Genova).

Ma cos’è uno Ziogiovanni in confronto all’eleganza di sito e di cucina dell’Hostaria del Coniglio che si apre discreta sulla piccolissima Piazza dell’Antico Parlamento nel nobile Principato di Seborga, sulla alture curvilinee di Bordighera? Sconsigliato arrivarci come è successo a me e alla mia Gentile Accompagnatrice, ovvero sbagliando strada, infilandosi in un ex-sentiero da capre asfaltato ad uso di alcuni contadini delle serre sopra l’autostrada, con pendenze che perplimerebbero un camoscio assennato.
Che nemmeno si voleva andare a Seborga ma a Sasso di Bordighera, solo che non c’era un buco per posteggiare e allora siamo saliti fin su. Io all’Hostaria c’ero già stato, circa 5 o 6 anni fa, e ne conservavo ottimo ricordo. Confermato. Dai maltagliati coi fagiolini e ancor di più dal coniglio alla seborghina. Che è ovvio che lo fanno bene, a Seborga, il coniglio alla seborghina. Sarebbe come se a Milano facessero delle cotolette alla milanese di schifo.
Di fatto il coniglio dell’Hostaria è squisito. Andateci. E salutate Sua Altezza Giorgio I, Principe di Seborga, anche se l’ONU non lo riconosce come capo di stato. E neanche Ciampi. Chissà Bossi, che ne dice.

L’Osteria del Portico di Castelvittorio va lasciata per la domenica a pranzo. Una Cuoca-Padrona di diametro enorme, grossa due volte il tizio antico che serve in tavola e che potrebbe essere il marito-fuco, chissà. Appesi ai muri, articoli di giornali tedeschi e riconoscimenti dello Slow Food che decantano le preclari virtù della cucina del Portico rendono bene l’idea delle lussurie del luogo. Peccato i tanti antipastini mi abbiano impedito di far seguire ai ravioli di patate un po’ di cinghiale, proprio non ci stava. Ammirevole la coppona di lamponi freschi, vera dimostrazione della fondamentale bontà di Dio. Non può essere malvagio Uno che crea dei lamponi così.
En passant, bella assai (già vista,ma vale la pena rivedere le cose belle) la pala d’altare in legno dorato di Giovanni Canavesio (1400 e rotti) nella chiesa di San Michele a Pigna, uno dei tanti “piccoli” tesori artistici nascosti nelle montagne della Liguria. Terra leggiadra, com’è noto.

Per digerire uno poi potrebbe prendere auto e curve e imboccare l’amena e fiorita strada boschiva che da Castelvittorio mena a Baiardo, due cocuzzoli più in la’, scapicollando fra sterrati ondulati, ginestre e mucche al lento passo. Oltre Bajardo (sul cartello stradale c’e’ la “j”), una bella provinciale immersa nel verde fresco di larici e pini (neri?) porta ai prati del Monte Ceppo, 1600 metri, da cui nelle giornate di tramontana invernale si vede Genova, pare. Era una giornata di scirocco estivo, quindi accontentatevi di aver visto Triora e Andagna, e il possente monte Toraggio, sempre maestoso.

E se a merenda vi venisse un certo languorino, nulla di meglio di un gelato quasi divino che fanno a Ceriana, soprattutto (per chi ama i gelati alla frutta come me) al lampone. Sono proprio buoni, i lamponi delle Alpi Liguri, diciamocelo.

Alla sera i fuochi d’artificio della squadra cinese hanno colorato e rallegrato un cielo reso appena più cupo dalla sconfitta inopinata ai campionati europei di calcio di mezz’ora prima. Bravi, ‘sti cinesi. Assai più dei tedeschi del venerdì.

Lunedì mattina dopo 10 km di coda da Voltri a Genova Ovest (e meno male che ho messo il telepass) un curioso cartello luminoso avvisava all’uscita dell’autostrada: “Sampierdarena – Traffico variato e difficoltoso”
“Variato”? Che significa? Che invece delle auto ci sono carri trainati da buoi, diligenze inseguite dagli indiani, monopattini a carbone?
Io ho girato a levante verso l’università, quindi non ho potuto verificare come fosse variato il traffico a Sampierdarena. Peccato. Ma non si può avere tutto nella vita.

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