E così il buon Bedarida se n’è andato. Federico Bedarida, “Chicco” per i familiari, “il Beda” o anche “il Venerabile” per i colleghi-amici dell’università e dell’internazionale mondo scientifico che ha frequentato per decenni con buon successo di critica e di pubblico, fino alla pensione e al retiro non troppo buen nella natia Mondovì. 80 anni e qualche mese, età dignitosa ma avrebbe potuto far di meglio, considerando che la sua pimpantissima madre morì 3 anni fa all’età di 104 anni. Come Ardito Desio.

Lui no, con la depressione (il Cane Nero, secondo la definizione di un libro che faceva bella mostra di sé nel suo studio al Dipartimento di Scienze della Terra dell’UniGe) che lo attanagliava da anni, forse da decenni, a 104 forse sarebbe stato duro arrivarci a prescindere dalla salute fisica. Ma erano almeno tre anni che quasi non esisteva più; quando lo chiamavo da Genova lui rispondeva con le poche parole quasi monosillabiche tipiche dei suoi periodi più bui, rigorosamente attento a non aprirsi troppo e assolutamente contrario a qualunque incontro di persona. Tanti i tentativi di organizzare un pranzo dalle sue parti per rivederlo e per salutarci un po’ con calma, e mai che sia riuscito a strappargli un si.

Mezzo cattolico, mezzo ebreo, mezzo agnostico; decisamente più ebreo che cattolico, più agnostico che ebreo, almeno sin quando ho avuto la possibilità di frequentarlo e conversare con lui. Ultimamente pare si fosse riavvicinato al tempio e alla religione dei Padri. Del padre, ché sua madre, benché avesse un cognome di città, era la cattolica della famiglia.
Mi chiedo da quale settore dell’unico e variegato Aldilà stia ora ascoltando i pensieri e i commenti di chi lo ha conosciuto e gli ha voluto bene. O anche male, perché no?

Beh, personalmente gli ho voluto bene, più come un nonno che come un “capo”. Come capo me lo ricordo piuttosto anarchico; anarchico nel senso buono, diciamo alla De Andrè, certo non un “anarco-insurrezionalista”. Uno che se ne fregava del sottogoverno universitario e lo sorvolava con un’aria fra il distratto e lo snob. Credo che abbia sempre preferito chiacchierare con i suoi amici cristallografi sparsi per l’Europa (un Aquilano, un Kern, un Chernov) piuttosto che prendere il caffè della macchinetta dell’istituto cetesando coi colleghi di dipartimento. Sia detto assolutamente senza offesa verso i colleghi di dipartimento.
Anarchico ma non insurrezionale: tanto quanto mi dava l’impressione di fregarsene delle quisquilie quotidiane della vita universitaria, mi dava anche l’impressione di non aver nessuna voglia di muovere un dito per cambiarle dove non gli piacevano. Un’anarchia indolente o schifiltosa, certo non bombarola. Si divertiva, anche: un giorno gli avevo esposto la mia (momentanea) intenzione di re-iscrivermi a fisica per completare quel corso di laurea che avevo interrotto per passare a geologia e lui commentò “ci tiene ad avere due pezzi di carta attaccati al muro?” Aggiungendo peraltro che lui poteva permettersi di fare lo spiritoso su quell’argomento perché risultava laureato in “fisica e matematica”, ovvero poteva vantare due titoli, benché ottenuti con una sola laurea. Non ho mai capito come avesse fatto. Sarà stata la lobby ebraica.

E altrettanto senza offesa verso i miei ex-colleghi di dipartimento posso dire che il mio individualismo caratteriale faceva sì che apprezzassi soverchiamente quel suo modo di fare, quell’essere – e voler apparire – un cane sciolto solitario. Anche dal punto di vista scientifico: “afferente” a un dipartimento di geologia-mineralogia-petrografia si trovava a lavorare su una cristallografia che era più chimica e fisica che scienze della terra stricto sensu. Infatti girando per congressi e scuole varie ho sempre incontrato tanti fisici e chimici e pochissimi “terragnoli”. E mi chiedo quanti dei nostri colleghi delle Scienze della Terra abbiano mai capito cosa facevamo davvero. Non che Bedarida, io e gli altri pochi suoi collaboratori ci siamo mai sbattuti tanto a spiegarlo, peraltro.

Nonno e capo-amico. Anche maestro? Un giorno in cui ho detto che “Bedarida per me è stato un amico e un maestro” mi è stato giustamente fatto notare che il vero Maestro lascia in eredità la bottega all’Allievo, o almeno fa il possibile per lasciargliela.
In parole molto più terra terra, io ho lavorato (bene? male?) con lui per una dozzina d’anni e tutto quello che ne ho ricavato professionalmente sono il ricordo di molti bei viaggi per congressi, alcuni buoni amici e conoscenti “scienziati” sparsi per il mondo e un’infarinatura di cristallografia e di ottica coerente. E neanche uno straccio di stipendio fisso e sicuro; mai lavorato gratis, ben inteso, ma posso dire che grazie al Beda ho conosciuto tutte le forme possibili di precariato universitario. Non è stato un buon maestro, insomma, è stato uno che ha corso per sé e che per un tratto del percorso ha tenuto volentieri un giovane inesperto a corrergli accanto raccontandogli qualcosa sulle regole della corsa; poi ha detto basta io mi fermo qui tu arrangiati. Forse è stato così, davvero. Beh, sarò un po’ sciocco ma non me ne lamento. Ammetto che il piacere di aver conosciuto Bedarida, di averne guadagnato la fiducia e l’affetto e di averne raccolto pensieri e confidenze pubbliche e private ha il suo bel valore anche senza concorsi universitari.
Ammetto anche che uno stipendio da ricercatore universitario mi farebbe comodo ma grazie a Dio non muoio di fame (finora!!) anche senza. Spero che Dio-YHWH-Allah mi aiuti anche in futuro a far fruttare i talenti che ha voluto donarmi, e pazienza se non saranno più investiti nella scienza. Campo nel quale, peraltro, non avrei mai eccelso, ne son certo. Però mi piaceva, questo si.

Beh, più o meno questo è il Bedarida che ho conosciuto io, o almeno questo è ciò che ho capito e ritenuto di lui. Altri, ovviamente, potranno averne ricordi diversi. Io gli auguro di continuare a camminare zoppettando col suo bastone in giro per gli aeroporti e le metropolitane dell’oltremondo, sperando per lui che l’aldilà-stazione del metro di Chatelet-LesHalles sia un po’ meno incasinata di quella terrena, che quella volta temetti che crollasse lì sul tapis roulant fra il caldo e la folla, nel lontano 1990qualcosa.

(Scritto il 3 dicembre 2004)

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