Uno che vive a Genova e bazzica le Riviere liguri spesso e volentieri, costui si stupisce ogni volta che trova dei pezzetti, anche brevi, di costa disabitati e deserti in questa regione dove il deserto umano si incontra se mai – e spesso – in cima ai monti. Che il promontorio di Portofino ok, lo conoscono tutti e si sa che lì c’è molta più natura che umanità, ma altrove, fra Aurelia e seconde case… Punta Baffe intriga sempre, per quel suo essere un pezzetto di selva non proprio selvaggia ma comunque molto naturale pur trovandosi ristretta fra il borgo, piccolo ma abitato e turistico di Moneglia – magari non tanto turistico l’8 febbraio ma di solito… – e lo spiaggione industriale dei cantieri navali di Riva Trigoso, paese peraltro sommamente colorato nelle facciate delle sue case e palazzotti antichi, come a voler distinguersi cromaticamente dal grigiobeigetto-opificio dei cantieri suddetti.
Punta Baffe scommetto che sono pochissimi i liguri che la conoscono, figuriamoci gli altri. Invece nel suo piccolo merita. Tutt’una pineta con vera macchia mediterranea, corbezzoli, giovani piccolissimi lecci, cisti, arbustetti vari, anche qualche giovane rovere che chissà da dove son arrivate le ghiande che li han generati, il monte Moneglia, coi suoi 510 metri slm spicca a ponente di Moneglia molto verde molto boscoso molto silenzioso. Anche troppo, manco il cip d’un uccello, chissà se per stagione non-d’amore o per eccesso di caccia. Però uno sale dal mare al tavolaccio di legno con panche uso picnic della sommità intridendosi di verde e di vegetazione per 80 minuti di salita priva d’umanità, se appena si superano le villette con giardini delle quote basse. Priva d’umanità e ricca di alberi di ogni età altezza e dimensione, che i tronchi secchi dei pini abbattuti – se da antichi incendi o passaggio di processionaria o cocciniglia non so – non nascondono il pullulare di giovani virgulti di varie specie e varia altezza, segno – ritengo – di sostanziale buona salute del bosco tutto. Il mare aperto dinnanzi, scorci di Cinqueterre, la nebbia nuvolosa della giornata senza sole verso l’orizzonte.
Dalla cima, a pranzoalsacco concluso, in giù verso Riva, due ore di discesa calma fra altri pini, altro sottobosco di macchia, la torre cinquecentesca in pietra nata per avvistare i pirati barbareschi, ora deposito e sede di attività tutelari, infine gli olivi sulle fasce che sostituiscono la pineta e le scoscese balze rocciose delle alte quote.
Poi la nave in costruzione fra gru e marchingegni, il bar per il caffè e il tè conclusivo, le anatre e le oche nelle acque quasi limpide del torrente Petronio, l’attesa nella stazione deserta per il treno che riporta a casa, l’odore di sudaticcio nei giubbotti e nelle camicie…

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