“There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in our philosophy”

Amleto, atto I, scena V

Ci sono più cose in cielo e sulla terra di quante ne immagini la nostra filosofia.

Amleto si riferira all’apparizione dello spettro del re suo padre, io più modestamente mi riferisco al romanzo seicentesco nella letteratura italiana. E alle sue relazioni col moderno.

Che roba è, il romanzo seicentesco, e cosa c’ha di moderno? direte voi.

Eh si, è esattamente quello che mi sono detto anch’io quando ho letto attentamente la locandina che annunciava la conferenza di tal professoressa Lucinda Spera, dell’Università per Stranieri di Siena, che sarebbe venuta a parlare su siffatto appassionante argomento a Sanremo, nel salone del Museo Civico di palazzo Borea d’Olmo

Conferenza alla quale mi sono subito sentito in dovere di presenziare perché era stata organizzata dal Club Unesco (di cui mi onoro di far parte) e perché i primi sentori informali circa l’evento avanzavano il timore che ci sarebbe stato un pubblico di quattro gatti (che non erano Codamozza, Sparisci, Oscar e la gattina bianca e nera che abita in cima al viale) e per non far brutta figura di fronte a ‘sta tizia che veniva sin da Siena era meglio esserci anche se uno non ne aveva poi tanta voglia, di suo.

Quindi mi sono scartabellato quasi di fretta da Genova, quel venerdì pomeriggio, per essere al museo civico se non per le 17, ora ufficiale d’inizio, almeno verso le 17,30.
Ce l’ho fatta, se pur a fatica, proprio per le 17,30. Un po’ bofonchiando ma volenteroso.

Che si, d’accordo, in teoria tutto ciò che mi è ignoto mi incuriosisce e mi pare degno di essere appreso, ma non è che proprio TUTTO ciò che esiste “in heaven and earth” mi susciti lo stesso interesse, stimoli nel mio animo la stessa tensione verso l’ignoto… Sarebbe umanamente impossibile, interessarsi di tutto ma tutto ma tutto…. No?

Comunque, eccomi lì, all’ingresso del salone del palazzo Borea pronto ad ascoltare le travolgenti e appassionanti vicende del romanzo seicentesco (e il moderno… ma moderno cosa??? va beh, ascoltiamo…)

La prima impressione è stata piacevole: nella sala c’erano più di 30 persone, altro che i paventati 4 gatti. Non era strapiena ma non dava l’idea di sfiga e disinteresse, e ciò almeno per dovere di ospitalità verso la forestiera era bello.

La seconda impressione è stata ancora più gradevole: la professoressa senese parlando si rivelava assai simpatica, di gradevole eloquio, molto chiara nell’esposizione, insomma ‘sto cavolo di romanzo seicentesco diventava man mano che lei parlava sempre meno ignoto e insulso e sempre più “vivo”. E riuscivo rapidamente anche a capire quale sia la relazione fra i romanzi del XVII secolo e la modernità: fondamentalemente, i romanzieri del Seicento ragionavano come i romanzieri attuali – a differenza degli scrittori “dotti” che lavoravano soprattutto per committenti nobili, potenti e aristocratici, i romanzieri scrivevano per il pubblico e per vendere, per far soldi. Quindi si ponevano gli stessi problemi che si pongono gli scrittori attuali, ovvero ragionavano secondo logiche “di mercato”, cercavano di assecondare i gusti dei lettori paganti, litigavano con gli editori per questioni di diritti d’autore e con i colleghi per le accuse di plagio, diventavano ricchi e famosi o restavano oscuri e anonimi…. nihil sub sole novi, insomma, per lo meno da quattro secoli. Prof Lucinda, ho capito bene, grosso modo?

Poi è seguita una terza impressione altrettanto positiva quando siamo andati a cena con la Dotta Ospite alla libreria-osteria Ipazia, e la cena è stata non solo piacevole dal punto di vista mangereccio – da Ipazia si mangia bene, già lo sapevo – ma anche per la conversazione fra i commensali.

Insomma, come spesso per fortuna succede, un evento che prima di viverlo immaginavo noioso e pesante (stile: “che palle, oggi devo arrivare a Sanremo in fretta perché c’è sta menata di conferenza”) si è rivelato assai piacevole e gratificante. Merito di tutti, organizzatori, partecipanti e commensali, certo, ma sicuramente merito soprattutto dell’Oratrice giunta dalla Toscana, che è stata davvero brava – secondo me – a rendere interessante un argomento che in realtà è più per appassionati del settore che per profani.

Ciò non significa che mi sia venuto l’axillo di leggere i romanzi del Seicento, ma certamente sono contento di averne sentito parlare, e parlare in maniera così chiara e interessante.

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