“Di rotte rupi rotolon cadendo
due torrenti spumosi urtansi in giostra
con forti cozzi, e giù con le miste onde
van rovinosi a tempestar sul piano”

Fingal – poema epico, canto I

dalle “Poesie di Ossian figlio di Fingal, antico poeta celtico, trasportate in verso Italiano dall’Abate Melchior Cesarotti, Bassano, MDCCCV”

Ossian (https://it.wikipedia.org/wiki/Ossian) non conosceva certamente San Fruttuoso e il Monte di Portofino ma certi fenomeni naturali non sono evidentemente prerogativa delle nostre terre italiche né dei recenti cambiamenti climatici.

Martedì 19 nella chiesa dell’Abbazia di San Fruttuoso di Capodimonte, “gioiello” (scusatemi l’ovvietà del termine) dei beni FAI della Liguria, sono stati presentati gli atti di un convegno tenutosi a Camogli due settimane prima “Il borgo di San Fruttuoso di Camogli: laboratorio di strategie per la mitigazione del rischio idro-geomorfologico nei territori costieri del Mediterraneo”. C’era una trentina di persone, partiti tutti insieme da Camogli in battello come una classe in gita scolastica, tra geologi, ingegneri, tecnici, giornalisti, esponenti nazionali e regionali del FAI, il Sindaco di Camogli, il Direttore del Parco Regionale di Portofino. Io ero lì come delegato regionale alla comunicazione del FAI, gentilmente inviato dalla Presidente Regionale, l’ottima Roberta Cento Croce, che avrebbe dovuto esserci ma era indisposta, come i bambini della pubblicità della Dolce Euchessina di qualche decennio fa.

Amministratori, ingegneri e geologi hanno raccontato quanto è stato fatto per la sistemazione e la messa in sicurezza del complesso monumentale e del borgo ma hanno anche doverosamente descritto tutto quello che ancora c’è da fare (e a Dio piacendo verrà fatto, ci sono soldi europei all’uopo) per realizzare una ragionevole sistemazione idro-geologica dell’accidentato bacino di San Fruttuoso. Sarebbe bello poter dire una sistemazione “definitiva” ma è chiaro a tutti che non ci potrà mai essere niente di definitivo in un ambiente naturale complesso come il monte di Portofino. Peraltro la sua complessità è parte fondamentale della sua bellezza, quindi facciamocene una ragione. Quello che dovrà necessariamente esserci di “definitivo” – nel senso di perenne e continuativo – per evitare che tutto prima o poi vada di nuovo in rovina sarà la manutenzione del territorio, quella manutenzione che hanno fatto giorno dopo giorno, secolo dopo secolo, le decine di generazioni di contadini, boscaioli e pescatori che hanno vissuto qui e che continua a essere necessaria per far sopravvivere un territorio dove non ci vive quasi più nessuno ma accoglie un mucchio enorme di persone che vengono per conoscerlo e ammirarlo.

Mentre ascoltavo gli oratori, mentre seguivo la visita guidata all’abbazia e al borgo (erano diversi anni che non ci venivo), mentre chiacchieravo di cose della vita e del lavoro con il geologo Andrea Robbiano che non incontravo dai lontani tempi universitari, mentre mangiucchiavamo focacce con la cipolla e sbevazzavamo vino Ciliegiolo e Vermentino, mentre aspettavamo il battello del ritorno sulla spiaggia deserta e silenziosa (c’erano solo quattro giovani escursionisti scesi dal monte con zainetti e bastoncini da trekking), mentre accadeva tutto questo riflettevo tra me e me:

1) che posto davvero fuori dal mondo che è San Fruttuoso
2) che bello far parte di un gruppo di gente “diversa ma simile” che fa cose interessanti e utili
3) che bello essere in un posto ultraturistico quando non ci sono i turisti

Il punto 1), chi conosce San Fruttuoso lo capisce. Già il fatto che non ci siano strade per arrivarci, nemmeno Venezia è così, qui non c’è nessun Piazzale Roma, qui si arriva solo di barca o di gambe e i sentieri non sono roba da Messner ma nemmeno per tacchi e infradito. A Riomaggiore fan tanto sciato per la Via dell’Amore ma quella è una sciocchezzuola, venite a innamorarvi qui, scendendo da San Rocco e dalle Pietre Strette. Alessandro Capretti “Property Manager” del bene FAI, quando deve venire qui d’urgenza, come ha fatto dopo la mareggiata dell’11 dicembre, cammina e cammina, in discesa e in salita. Il Responsabile Nazionale Ambiente FAI, Daniele Meregalli, molto simpatico ma anche milanese poco informato, mi diceva che “lì sopra c’è un parcheggio” indicando oltre la cresta del vallone dietro l’abbazia, e io mi immaginavo questo ipotetico parcheggio sistemato dove in realtà ci sono solo alberi rocce capre cinghiali e mi veniva un sorriso ligure sotto i baffi; lui si riferiva al parcheggio di San Rocco ma non aveva capito che in effetti è “sopra” ma non è esattamente “lì”… Oggi San Fruttuoso è quasi spopolato ma per secoli qui ci ha vissuto, c’è nata e c’è morta della gente, non solo i monaci dell’abbazia ma famiglie complete. Senza internet, senza smartphone, e pure senza carretti. Solo gambe, muli (immagino, credo) e gozzi; sui quali potevi pure morire, come Maria Avegno, sepolta insieme ai Doria perché era annegata mentre salvava i marinai di una nave della marina sabauda che andava a fuoco davanti alla baia.

Il punto 2) è che oggi col FAI è come ai tempi antichissimi degli scout e ai tempi antichi del lavoro da ricercatore all’università. Contesti in cui capitava di interagire con gente poco o punto conosciuta che viveva e operava in altre città, in altre regioni, in altre nazioni (scout stranieri non ne ho mai incontrati ma “scienziati” dei cinque continenti si, parecchi). Alcuni li ho visti una volta sola – a un campo scuola scout, a un congresso di cristallografia… – con altri invece è nata un’amicizia a distanza che perdura. Tutte persone che fanno la loro vita come io faccio la mia e non sono necessariamente vite simili, ma io so che con costoro condividevo/condivido almeno la comune appartenenza a un contesto come dire… spirituale, mentale, emotivo, culturale, professionale (gli scout, la ricerca scientifica, il FAI – anche il volontariato è una professione) che crea un idem-sentire tra me e loro e che me li fa sentire in qualche modo “amici” anche se di alcuni magari non so nemmeno bene come si chiamano di cognome.

Punto 3): credo che quasi tutti pensino/pensiamo, dicano/diciamo “che bello che qui non c’è nessuno” quando ci troviamo in un luogo che è quasi sempre affollatissimo e quella volta che ci siamo noi è deserto. Salire sul Ponte di Rialto senza sgomitare tra orde di stranieri fotografanti, entrare ai Musei Vaticani senza fare la coda, fare il bagno alla Baia dei Saraceni di Varigotti con solo due gabbiani che ti osservano…Rialto temo che sia senza speranza ma la Baia dei Saraceni è possibile trovarla deserta, basta andarci fuori stagione. San Fruttuoso quel giorno era così: un luogo dove nel pieno dell’estate ci possono essere più piedi che ciottoli su cui appoggiarli, in quell’occasione era un paradiso con un mare verdissimo come il Lago Resile della Val Maira, tre o quattro giovani trekkers tranquilli, una coppia di rapaci che volteggiava in alto e il silenzio della natura intorno. Diciamo pure che quella trentina di noi che eravamo lì eravamo la unica e massima causa di disturbo in quel contesto idillico. Davvero fortunati ad avere lavori e attività che ci permettevano di essere lì in un martedì mattina di dicembre.

Ma pensavo anche che dire “bello essere in un posto turistico senza i turisti” è un nonsenso logico: se io sono lì, sono un turista. Cioè un estraneo. Magari io turisteggio per nobilissime ragioni però sulla spiaggia di San Fruttuoso in un martedì di dicembre sono un estraneo tanto quanto Franz Gutenkranz e Ambrogio Brambilla che scendono dal battello il 12 agosto, un estraneo che già con la semplice mia presenza altero la realtà naturale, ambientale, sociale del luogo. Quando si esce dalla propria località di residenza e di vita, in qualunque luogo si vada si diventa “alieni” – nel senso di Sting “I’m an alien, I’m a legal alien, I’m an Englishman in New York” – e si crea disturbo. Comunque a me piace viaggiare e girare per il mondo vicino e lontano quindi pazienza se disturbo. Spero solo di limitare al massimo il mio impatto sui luoghi dove vado, ed è già abbastanza.

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