Il mese scorso alla Biblioteca Civica di Sanremo, con gli auspici del locale Club per l’Unesco c’è stata una conferenza della socia Prof. Stefania Stefanelli, già docente alla Normale di Pisa, già membra dell’Accademia della Crusca eccetera.

L’argomento era “Lingua madre ed educazione multilingue, per un futuro sostenibile”. Stefania ha parlato della lingua italiana, dei dialetti, dei rapporti storici e geografici tra questi e quella, dell’inglese come lingua internazionale, dell’inglesizzazione dell’italiano contemporaneo, di bilinguismo, di altre cose pertinenti. E io mi sono goduto l’ora e mezza di conferenza, che ha suscitato parecchie domande e commenti, tra cui quelli inevitabili sull’inquinamento dell’italiano da parte delle parole inglesi, sul progressivo abbandono del congiuntivo, sulla perdita di purezza della lingua nazionale.

Mi piacciono le lingue, mi piace la capacità di Homo sapiens di pronunciare parole e frasi per esprimere pensieri e sentimenti, per manifestare esplicitamente la sua intelligenza e la sua stupidità, e mi affascina la grandissima varietà delle lingue umane, che vedo come un’ulteriore manifestazione – oltre a quelle propriamente biologiche – della “biodiversità” della natura.

In effetti le lingue vivono, evolvono e muoiono proprio come le specie viventi e i popoli umani. Mica per niente la storia genetica dell’umanità va di pari passo con la storia delle lingue e viceversa. Luigi Luca Cavalli-Sforza ce lo ha insegnato, e altri insieme a lui (L.L.C.S.: un nome anche più prolisso di Gian Antonio Dall’Aglio: io 20 lettere, 2 spazi e un apostrofo, lui 22 lettere, 2 spazi e un trattino. Che bello sarebbe chiamarsi Ugo Bo…).

Le lingue evolvono, si ibridano e si mescolano quindi anche se personalmente trovo disgustoso dire job act, spending review e social housing – e mi piacciono molto poco scanner e mouse – non dimentico che certe parole che sentiamo totalmente italiane sono in realtà molto forestiere: mi vengono in mente darsena, arsenale, alchimia che sono un regalo della lingua araba, ad esempio. E credo che anche l’italianista più purista e conservatore mangi omelette e in autostrada sorpassi i camion senza prendersela con la Francia.

Ricordo che anni fa mia mamma mi disse indignata che al nipote liceale di una sua amica facevano tradurre dal latino brani di Sant’Agostino. Perché perdere tempo con un autore della tarda latinità, si chiedeva, e non insegnare un autore classico?
E io pensavo a un ipotetico liceo del XXXII secolo dove ci sarà da tradurre un brano dall’italiano, ormai lingua morta: chi potrebbe essere considerato un autore italiano “classico”? Dante? Ariosto? Manzoni? Calvino? Uno di loro ha scritto le sue opere in un italiano “più italiano” degli altri?

Interessante il libro donatomi da mio cognato Gianluca “La lingua geniale – 9 ragioni per amare il greco” scritto dalla giovane e graziosamente bionda Andrea Marcolongo: cerca di raccontare il fascino del greco antico, le sue peculiarità oggi a noi non più comprensibili, le caratteristiche che aveva e che le attuali lingue europee non hanno più e della cui perdita l’Autrice si rammarica. Ma ho il forte sospetto che i greci moderni non si turbino tanto per non avere più il modo ottativo dei verbi e il numero duale tra singolare e plurale che erano presenti nel greco antico. Allo stesso modo, anche se mi vengono brividi di disagio quando sento certi politici e gente di spettacolo, specie romani, che ignorano completamente il congiuntivo, sono sicuro che quando verrà il momento della sua definitiva scomparsa dalla lingua italiana, beh, gli italiani continueranno a parlarsi e a comprendersi tra loro senza problemi. In inglese il congiuntivo praticamente non esiste ma l’inglese se la cava bene tra le lingue del mondo, no?

Certo, un modo verbale che si perde in una lingua è come una sottospecie endemica di animale che si estingue, è una perdita per tutto l’universo. Però nelle lingue come nella natura qualcosa si perde e qualcosa si acquista col passar del tempo: oggi non ci sono più i dinosauri ma dalla loro estinzione si sono sviluppati gli uccelli… Nel passaggio dal latino all’italiano abbiamo perso i casi ma abbiamo acquisito gli articoli. Nessun italiano dice più poffarbacco, eziandio e nemmeno piroscafo e bastimento ma diciamo monitorare, scannerizzare, prodotto interno lordo, tvb, inoltrare una mail, euroscettici, esodato, sms, manovra economica, mattarellum, premio di maggioranza: parole a cui Dante e Manzoni e D’Annunzio non avrebbero saputo dare un significato ma noi comprendiamo perfettamente (oddio… io non capisco “perfettamente” cosa sia il prodotto interno lordo). La Crusca, secondo me giustamente, considera “linguisticamente interessante” il verbo “perplimere” inventato da Corrado Guzzanti venticinque anni fa.

Una cosa che mi diverte, infine, sono (una cosa / sono…. va beh) certe forme di apparente “ritorno alle origini”. L’amica Monica M, che si prese in carico metà dei gatti della fu-zia Meletta, usando un linguaggio “anarko-punk” coerente col suo stile di vita e con la musica che suona, manda sms in cui sovente le “c” dure sono sostituite da “k”. Se leggo “krokki finiti” so che devo andare a comperare il saccone dei croccantini. Al Festival di Sanremo del 2015 ci fu una giovane cantante che si presentò come Rakele. Parecchie persone, anche attempate madri di famiglia borghesi, nelle loro mail o sms scrivono “ke” per “che”. Lampi di genio della modernità? Forse loro lo credono, ma chissà, anzi kissà se ricordano ke 1057 anni fa, nell’anno 960, la lingua volgare italiana debuttò sul palcoscenico della storia col Placito Capuano, dove si legge “Sao ko kelle terre per kelli fini que ki contene…”

(Scritto il 6 aprile 2017)

 

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