Un triangolo di cielo rosso tramonto circondato da nubi bigie, con la punta a piramide del Pizzo d’Ormea macchiata di neve. I boschi della val Tanaro intorno a Nasagò hanno i colori gialli e rossicci dell’autunno.

Un mattino di lavoro al computer al tavolone di legno del salotto di casa Donamarsaglia con le palme che spuntano dalle tende del bovindo e i nuvoloni di pioggia e lampi e tuoni nel cielo. E il fumo profumato di eucalipto che esce dal caminetto acceso accanto a Dona che traccia curve e rette su una piantina computerizzata di La Spezia. Ricordi di trent’anni fa, nei pomeriggi di temporale di inizio settembre a Ormea, quando si stava intorno al tavolo rotondo della sala (o piemontesamente posso dire “tinello”?) a disegnare i fiori e gli animali delle schede del Corrierino Scuola con Sandra e Silvana, e la pioggia inzuppava i phlox e appena spioveva e spuntava un raggio fra le nubi mia nonna canticchiava “piove e fa sole, la Madonna va per fiore, va per fiore per Gesù e domani non piove più”.

Il bosco leggero e verdolino appena appena maculato dalle prime foglie secche che circonda i pochi resti del castello medievale di Cosseria, nell’Appennino savonese; funghi giallini fra l’erba, cielo sereno con qualche nube bianca vaga assai più primaverile nell’aspetto che novembrina, una lapide murata che ricorda la battaglia napoleonica che su questi colli si combatté più di 200 anni fa; verso ovest, la torre in pietra o mattoni di un lontano paese del monregalese svetta scura contro lo sfondo delle Alpi occidentali che chiudono la successione di boschi e colline dell’intorno. Ultimo, signore dell’orizzonte, il Monviso grigio di roccia e scarsa neve.

Il rapace, poiana o altro che fosse, che ha volato per dieci metri a fianco alla mia macchina, stretto fra portiera destra e roccia della montagna sulla strada che da Bormida sale al Melogno, e dopo avermi guardato con la faccia seria e un poco incazzata (l’avevo disturbato nel suo riposo sul ciglio della provinciale) con un colpo d’ali si è impennato al di sopra dell’auto e dei cespugli, ed è sparito.

La strada di Pian dei Corsi, che dal colle del Melogno tortuoseggia giù verso Calice Ligure e Finale fra foreste di pini neri, poi di faggi e castagni, poi di querce e lecci e pini marittimi, sempre meno Alpi sempre più Mediterraneo fino agli olivi e agli orti della val Pora.

Il mondo monocromatico grigio-marrone di Diano Marina allagata dall’alluvione del 6 novembre, acquaefangoeacquaefangoeacquaefangoeacquaefango…….un po’ di paura di non riuscire ad uscirne, di non poter raggiungere l’autostrada.

I castagneti della val Polcevera, attraversati in Vespa lungo un sentiero male asfaltato dal pomposo nome di Via San Lorenzo di Casanova, oltrepassando ruscelletti scroscianti profumati di foglie secche e di terra umida, dimentichi dei quartieri industriali e commerciali del vicino fondovalle.

Il pranzo da solo a casa di Donatella a Sanremo, dopo una mattinata di mezzo lavoro al computer e mezzo giardinaggio mentre lei è a Imperia a lavorare e in casa ci sono solo i due gatti, Musetto e Bimbo, e la torta di verdura della zia Didì calda nel forno…. Ricordi d’infanzia anche qua, i pomeriggi dopopranzo a Cantù, io bimbetto di cinque anni a casa dei nonni, col terrazzo da cui si vedeva il monte Rosa (allora non avevo ancora la scimmia dei panorami, mica mi rendevo conto del fascino del monte Rosa visto da lontano) e dopo che la nonna aveva lavato i piatti la cucina diventava silenziosissima e un poco grigia e sonnolenta (meriggiare pallido e assorto…. anche se Montale non conosceva certo la cucina di mia nonna a Cantù), solo il tic tac dell’orologio a muro a dare un senso al tempo che pur passava.

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