Dio solo conosce il futuro delle persone, ma per quel che posso capire il mio futuro prossimo mi vedrà al lavoro più o meno (spero più) nelle attività editoriali-scribacchine-turistiche e poco o nulla (nulla) all’università-Cnr o che scienza dir si voglia. Questo per mancanza seria e grave di soldi e/o di progetti universitari eccetera.
In pratica ciò avrà due conseguenze (fra le altre): che lavorerò molto da casa e poco in giro per istituti universitari et similia (ma ciò adesso non interessa) e che non avrò occasioni di viaggiare all’estero, visto che ciò di cui scrivo è Genova, Liguria, Piemonte, e se altro dovesse capitare immagino che saranno comunque terre italiane.

Questo è ciò che mi manca di più, del non-lavoro universitario: le occasioni di viaggi di lavoro in giro per l’Europa. Che i viaggi per lavoro son diversi da quelli fatti per puro turismo. Non so se sia così anche per gli altri, ma per me non è lo stesso andare a Parigi per un congresso o per una riunione e andarci come turista. Anche se il tempo libero passa allo stesso modo, girando per la città “more turistico”, beh, il senso del viaggio è comunque diverso. I viaggi “per lavoro”, pur quel lavoro edulcorato e ozioso che sono i congressi scientifici, hanno qualche caratteristica che i viaggi di puro turismo non hanno, ad esempio le cene con i colleghi, dove riuniti intorno a uno stesso tavolo stanno persone di 2 o 5 o 14 nazionalità diverse, si parla una koinè comprensibile a tutti (di solito l’International English salvo il caso di preponderante maggioranza francofona), e si raccontano fatti e banalità ciascuno di casa propria che diventano reciprocamente interessanti per il solo fatto di essere fatti e banalità di gente “diversa”.
Ricordo sempre e spesso cito la quasi-conferenza che il francese prof. Kern, gigante (fisicamente e scientificamente) della cristallografia, tenne durante un pranzo alla scuola di mineralogia di Santa Vittoria d’Alba nel 1994, raccontando di sua nonna e cantando alcune filastrocche in dialetto alsaziano (che è un dialetto tetesko, non francese, ja) che lei gli cantava quando lui era bambino per farlo addormentare. O il prof. Chernov, ebreo russo con la faccia da russo al 100% che sembra Putin, di elegante eloquio americano, che viaggiava in Occidente anche sotto Breznev perché era una gloria della scienza sovietica ma non aveva un soldo, era venuto nell’89 a Genova con la figlia Sasha e aveva chiesto di alloggiare in un albergo “the cheaper the better”, l’avevamo mandato all’Hotel Tirreno in via Sturla, allora aveva una stella (oggi ne ha 3), infimo ma almeno era sul mare e non infossato in un vicolo marcio; lo stesso prof. Chernov, dopo la glasnost e la caduta del comunismo era andato negli USA e si era sistemato bene là, e all’International Crystal Growth Conference di Gerusalemme del ‘98, ormai targato USA, ballava danze beduine con sensuali movenze che probabilmente erano i geni dei suoi antenati pastori discendenti di Abramo a muoverlo con tanta disinvoltura, lì sotto le stelle del deserto fra Masada e Hebron.

Ecco, quando si va in giro per turismo, chi ti canta le filastrocche alsaziane del primo Novecento? Dove lo trovi un chimico ebreorussoamericano che balla danze nomadi nel deserto senza essere in un villaggio Valtour?

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