Ieri pomeriggio il Centro Culturale Primo Levi ha organizzato nel bell’atrio liberty della nuova Biblioteca Universitaria di Genova, l’ex-Hotel Colombia, una conferenza dal titolo “Capire il Talmud” con Rav Giuseppe Momigliano, rabbino capo di Genova e il Professore Giuseppe Veltri, docente di storia delle religioni all’Università di Amburgo.

Senza scendere in dettagli, ciò che più mi ha interessato è una cosa che in realtà mi aspettavo di sentir dire, un concetto importante che avevo appreso tempo fa leggendo il libro di Moni Ovadia “Vai a te stesso” (un misto di umorismo, teologia e sociologia sull’ebraismo, il cui titolo riprende ciò che YHWH disse ad Abramo – “lech lehà” – invitandolo a uscire dalla sua terra verso una nuova terra promessa).

Il concetto è che l’ebraismo è una religione non-dogmatica. Piena di norme minuziose e agli occhi dei non ebrei – e anche a quelli di molti ebrei – apparentemente poco sensate se non inutili, ma priva di dogmi.

Il maestro, il rabbino, non insegna dogmi di fede a cui il fedele deve credere anche senza capirli, ma esprime la sua opinione, formata sulla base di quanto è contenuto nella Torà (la Bibbia ricevuta da Mosè sul Sinai), nei libri dei Profeti, nel Talmud (il plurisecolare corpus di commenti alla Torà e di commenti ai commenti alla Torà, e di commenti ai commenti dei commenti…) e nella tradizione.

Il bravo studente non è quello che impara presto e bene gli insegnamenti del maestro ma è colui che pone le domande più difficili al maestro, che fa domande in grado di metterlo in difficoltà. Perché le domande sono più importanti delle risposte, perché “le risposte cambiano, ma le domande rimangono sempre le stesse”.

Ovadia scrive che non ci sono dogmi nell’ebraismo, che questa è una religione in cui tutto può essere legittimamente messo e rimesso in discussione, anche l’esistenza di Dio. E il professore diceva che nel Talmud generalmente si leggono risposte alle domande che consistono in “Rabbi Tizio dice questo e quest’altro, Rabbi Caio dice così e cosà, Rabbi Sempronio dice quello e quell’altro…” e stop. Cioè non c’è una vera risposta alla domanda ma solo un elenco di opinioni autorevoli date sull’argomento nel corso della storia. Poi il lettore, studiando e meditando, può farsi una sua opinione che può essere altrettanto valida e dignitosa di quelle elencate nel ponderoso testo talmudico. Aumentando così il numero dei commenti ai commenti ai commenti…

Una sovrabbondanza di opinioni-senza-dogmi che rende ben credibile la battuta che molti ebrei si divertono a fare quando parlano di loro stessi: “due ebrei, tre opinioni”.

E pensavo: dati questi presupposti, data l’estrema importanza data alle domande, alla curiosità, al non voler dare mai nulla per scontato e per acquisito definitivamente, dato tutto ciò si spiega bene, secondo me, l’esorbitante quantità di ebrei che eccellono in quasi tutti i campi dello scibile umano, filosofia, scienze, politica, psicologia, arti… perché se sin da bambino ti insegnano a fare domande e ad essere curioso e non dogmatico nella fede religiosa, ti diventa naturale farti domande ed essere curioso e non dogmatico in tutto. Ed è sin dai tempi della scoperta del fuoco e dell’addomesticamento del cane e del cavallo che la civiltà umana procede grazie alla curiosità e al desiderio di sapere e di cambiare.

In fondo credo che mi piaccia, questa faccenda di non avere dogmi fissi assoluti eterni, di poter pensare e ripensare le cose a piacere, senza limiti di tempo e di spazio e di autorità. Forse mi pare un buon modo di utilizzare l’intelligenza che Dio ci ha dato, a ciascuno di noi, uno per uno, persona per persona, ebrei e non ebrei.

(Scritto il 20 marzo 2014)

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