“Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt, 25, 13)

Ci sono persone che ti entrano nella vita in maniera discreta, senza dare nell’occhio. Hanno un carattere riservato, sono un po’ timide, poco caciarose, molto gentili, preferiscono esprimersi con poche parole e qualche sorriso, e i contatti con loro si riducono quasi esclusivamente a una cartolina che ti mandano da qualche parte del mondo quando viaggiano e un bicchiere di buon vino (magari anche due) che ti offrono quando li vai a trovare per festeggiare qualche bella novità professionale. Sono persone che non entrano nei tuoi avvenimenti e nei tuoi pensieri quotidiani ma riescono a farsi voler bene anche così, restando ai margini esterni del gruppo degli amici e dei conoscenti. Perché pur nella scarsità dei rapporti diretti personali ci vuol poco a capire che sono belle persone, col cervello e col cuore che funzionano giusti, ed è bello sapere che esistono persone così.

Roberto, detto il Bobi, di Biella, per me era una persona così. Diverso nel carattere da sua sorella Luisa (la Lulli) estroversa, chiacchierona, espansiva, che viene spesso a Sanremo e che andiamo a trovare spesso a Biella con una disinvoltura come se fossimo amiconi da quando eravamo ragazzi. Bobi era un punto fermo e solido in quella famiglia biellese di belle persone simpatiche, e anche – ho ben visto – in quella torinese della sua fidanzatadadiecianni Wilma (o Vilma? Non saprei) in cui era diventato uno “zio” a tutti gli effetti. Aveva svolto l’autorevole compito di autista della macchina con cui Donatella era arrivata alla chiesa del nostro matrimonio; pur vivendo a 300 km di distanza da Sanremo per Dona era una specie di fratello, quel fratello che lei figlia unica non ha mai avuto.

Il giorno e l’ora del Bobi sono arrivati nella notte fra il 28 e il 29 aprile, un infarto a 49 anni d’età.

Sia fatta la Sua volontà, anche quando appare incomprensibile e dolorosa.

Col professor Carlo P, maestro e amico dei tempi in cui lavoravo precarissimamente all’università, stiamo mettendo assieme un libretto di brevi “canti e controcanti” su ponderosi argomenti esistenziali quali il bene e il male, la sofferenza, la coscienza, l’universo, l’esistenza di Dio… quisquilie, no? A volte non siamo d’accordo l’un con l’altro, C.P. non è credente e io si, quindi è ovvio che ci siano divergenze d’opinioni. E se non fosse così, che controcanti sarebbero? Uno dei punti su cui ci si interroga è il solito grande tema di sempre e di tutti: perché esiste il male? Io penso che certe forme di “male” siano in realtà un “bene”: la morte la consideriamo un cosa brutta ma pensiamo a un mondo in cui non si muore mai: la Terra collasserebbe sotto il peso energetico e materiale degli essere viventi, oppure bisognerebbe che nascessero pochissime persone per evitare tale catastrofe, e siamo sicuri che non nascere e non esistere sarebbe un bene maggiore che nascere, vivere e poi morire?

Dove però secondo me una risposta veramente convincente non ce l’ha nessuna filosofia e nessuna religione è per il “male inutile”, per così dire. La morte improvvisa di un uomo sano e amato di 49 anni appare agli occhi dei sopravissuti un caso di “morte inutile” esemplare. Che senso ha un infarto che stronca la vita di una persona nel pieno della sua vita e delle sue relazioni sociali e affettive? Non lo so, oggi come oggi non lo so. Posso sono dire che anche se il Cristianesimo (ma non quello incazzoso veterotestamentario di certi protestanti che pensano che il male sia la punizione che Dio manda agli uomini per i nostri peccati) non è in grado di spiegare il senso di certe forme appanrentemente insensate di “male” quantomeno se ne prende carico con-patendo con chi ne è afflitto: com-patisce attraverso la morte storica di Cristo e attraverso l’amore, cardine e fondamento del rapporto fra Dio e l’uomo. Così come accade nei rapporti fra esseri umani, anche in quello fra gli uomini e Dio l’amore non elimina il dolore e il male dalla vita dell’amato (l’umanità) ma l’amante (cioè Dio) se ne fa carico, lo condivide, e questa mi sembra già una gran bella cosa. Soffire è brutto ma soffrire da soli sarebbe bruttissimo. Ma non siamo soli.

(Scritto il 4 maggio 2012)

 

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