Chissà mai perché i geometri-ingegneri-architetti-palazzinari che negli anni 60 o più probabilmente 70 hanno lottizzato e edificato i palazzi medio-piccolo-borghesi di via Forlì a Genova, nel quartiere di San Teodoro, si sono dimenticati quel pezzo di bosco. Che spezza la via in due. Cioè, a piedi la puoi percorrere tutta, da valle (da Via all’Asilo Garbarino, tortuosa e stretta strada inizio Novecento con belle viste sul porto e sul centro città al di là della baia) a via Bologna (ordinata strada piccolo-medio-borghese di epoca fascista, ormai obsoleta ma decisamente migliore, più larga e più vivibile di tante schifezze del dopoguerra). Dicevo che a piedi via Forlì si percorre tutta, in leggera pendenza, solo che a metà dei suoi, boh, 400 metri totali, le case le auto parcheggiate e l’asfalto spariscono di colpo e uno si ritrova a calpestare la terra ghiaiosetta di un sentiero che si inoltra tra grandi lecci e fitti cespugli di sottobosco, e se quell’uno la percorre di sera tardi in quasiestate cammina circondato dallo sfarfallio verdastro delle luci di decine di lucciole in amore, con sottofondo di canzoni trobadoriche in dialetto ranesco stretto (cra-cra, per capirci). Un centinaio di metri di bosco fitto fitto nel bel mezzo di una strada cittadina. Misteri della vita! Beh, il prima lo si capisce, quel bosco è la parte più a monte del già-parco di villa Rosazza, olim una delle tante ville nobiliari affrescate e ninnolate che i ricchi della città si erano fatti costruire fuori porta, oggi parco comunale aperto, a orario, alla solita folla di bambini, mamme, nonni, tossici e pedofili che popolano tutti i parchi pubblici di tutte le città (almeno credo, io nel parco di villa Rosazza non ci sono mai andato). Questo prima del boom edilizio. Ma perché in quegli anni di frenesia costruttiva non abbiano edificato anche quei lecci e quelle lucciole mi rimane un mistero.
Mi immagino di quelle storie da Lucky Luke o Paperon de’Paperoni, il vecchietto rognoso che non vuole vendere la sua catapecchia e il poco prato circostante al grande allevatore o al magnate del petrolio, e quello si rode perché non riesce a diventare padrone di tutto il territorio… il film Milagro, di Robert Redford, film ironico e surreale, bello parecchio, non era una storia così, nel New Mexico?
Beh, magari è successo così, il vecchio Giobatta Parodi, figlio di un nipote di una cugina dell’ultimo “manente” di villa Rosazza, ha ricevuto in tris-eredità quel pezzo di bosco, dove suo tri-quadris-nonno-cugino andava nascostamente per funghi e il Signore della villa fingeva di non accorgersene, e non ha voluto venderlo alla Cementi & Citofoni s.a.s. di Salvatore Difrancescantonio, impresario edile, che aveva già acquistato per quattro soldi i terreni circostanti e stava tirando su via Forlì e i suoi palazzi.
Niente da fare, Giobatta Parodi non ha ceduto, e quando lui è morto e i figli ed eredi avrebbero anche venduto, ormai il boom edilizio era passato, il piano regolatore aveva stabilito, e insomma, il bosco si è salvato. E oggi al posto del condominio di via Forlì 32 bis (dico un numero a caso), ci sono le pozzette dove gracidano le rane e le alcove al neon (biologico) delle lucciole.
Non so, non so nulla di nessun Giobatta Parodi, chissà com’è andata in realtà. Però è davvero buffa, questa strada di asfalto che diventa sentiero e ridiventa asfalto quasi senza batter ciglio.
Ci voglio tornare in autunno, magari i funghi ci sono davvero.

(Scritto il 04 giugno 2001)

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