Non è il primo ricordo di viaggio, ma è certo uno dei migliori tra i più antichi: la 127 blu di Ermanno S. e dentro Ermanno, io, Federico B., Nicoletta D.G. e Rosalia C. (tutti – Ermanno a parte purtroppo – graditi lettori di questa mia chiacchierata notturna, oltre che ancora miei amici imperituri come allora); era una notte fonda dell’agosto 1980, si era partiti dalla spiaggia maremmana fra Ansedonia e Capalbio Scalo dove si campeggiava liberamente insieme ad altri 4 amici (di cui 2 sono – anch’essi – in quest’elenco di lettori, il mitico Uge e Giuliano B.) e ci si diresse verso Roma. Dove trascorremmo le ultime ore della notte, l’alba e la mattina cincischiando in giro da turisti fra Trevi e San Pietro, facendo colazione in uno dei primi bar aperti e attirando l’attenzione di una pattuglia di polizia perché Nicoletta, colta da impellente necessità fisiologica con quell’impellenza tipicamente femminile, si era appartata nel deserto umano delle 6 del mattino dietro un aiuola nei pressi di un edificio che apprendemmo dai poliziotti piombati come falchetti essere il Viminale, sede del ministero dell’interno. Indi, a giorno fatto, facemmo ritorno alla tenda avita verso mezzogiorno o poco più. Mi è sempre piaciuto fare le notti in bianco girando pel vasto mondo, quella fu una delle prime, e fu molto piacevole.

Un secondo antico bel ricordo di viaggio risale all’estate 1983, viaggio in Provenza e ad Aqualand con altri tre di voi lettori (Alberto G, Patrizia e Luisa C.G.) e “i cugini di Acquasanta” che sono un po’ come i Cugini di Campagna, che forse anzi gli anni eran gli stessi, e Acquasanta in effetti è in campagna, ma loro erano cugini di Federico. Un temporale forse breve ma intenso negli ampi orizzonti agresti là dove la Provenza si fa Languedoc, lampi nel cielo violaceo, un mondo grigio e verde di alberi infradiciati e nuvole incazzose. Se il ricordo non lo ha trasformato mitizzandolo, fu uno dei più bei temporali cui ho partecipato. Chiuso in macchina, con gli altri.

Poi i viaggetti in Valle Stretta o ad Avignone con Silvia P. e Lele, poi i giri invernali ed estivi per l’Europa con l’Andreina, l’Opel Kadett s/w di Andrea B., dove ci si poteva dormire, sdraiandosi sui bagagli opportunamente disposti nel grande vano posteriore… poi l’attraversata della Grecia con Marta, poi i congressi universitari qua e anche un po’ là nel mondo, gli aerei e gli aeroporti, i colleghi italiani, francesi, polacchi e brasiliani…poi la strada del Colle del Garezzo con Raffaella…i finesettimana a Bruxelles dalla Franci… le scarpinate domenicali Tonno-Monte Antola con Piè-veloce-Uge…

…eccetera, ci sono parecchi eccetera, di luoghi e di persone…..

Ho iniziato tardi a viaggiare, ho preso il primo aereo e la prima metropolitana nell’estate della maturità, a 19 anni, ma grazie a Dio mi pare di aver abbastanza recuperato il tempo perduto. Un sacco di bei viaggi e viaggetti, dal monte Fasce alla Kamciatka, e tutti con una caratteristica, un’esigenza, di fondo in comune: affinché il senso del viaggio fosse completo e compiuto era necessario che ci fosse qualcuno insieme a me a condividere questa “bella esperienza”. Fosse un’ora a cavallo a Creto o due settimane di scuola di cristallografia in Brasile, se ero da solo mi mancava qualcosa. E siccome è capitato spesso che fossi da solo, a Parma come a Salvador da Bahia, o che mi trovassi con gente un po’ troppo “estranea”, avvertivo la necessità di raccontare in qualche modo le mie gioie extra moenia a qualcuno dei “veri amici”, o durante il viaggio stesso, cosa difficile, o dopo il mio ritorno. Attraverso le foto, i messaggi scritti (antenati di questi email pubblici), le chiacchiere serali.

Non che soffrissi la solitudine in senso stretto, non è nel mio carattere, anzi se mai soffro l’affollamento; ma era solo dopo aver condiviso in parole e immagini i miei ricordi e mie le sensazioni che il viaggio poteva dirsi veramente concluso e concluso bene. Credo che avessi una molto grande necessità di condividere le cose importanti della mia esistenza con qualcuno, e siccome i viaggi, anche quelli cretini, sono importanti, per me, anche quelli fatti da solo, dovevo coinvolgere qualcuno in essi, almeno a posteriori, per non superare la soglia di tolleranza della solitudine. Che anche se non la soffri, la solitudine, può esser brutta, a volte. Forse in un certo senso era come se sentissi che se io ero l’unico testimone di certi fatti e certi luoghi beh, era un po’ uno spreco di risorse. Dovevamo essere almeno in due, perché la cosa avesse senso.

E ricordo che ne venivano fuori cose amene, a volte, come la telefonata serale che feci da Varsavia alla Franci S. a Bruxelles, o gli appunti che prendevo passeggiando sotto il Bay Bridge a San Francisco per non scordarmi pensieri e sensazioni di quella mia prima California da raccontare poi a…. beh, ora non ricordo più bene a chi, ma fa lo stesso…

Poi è cambiato. Poi è successo qualcosa che ha cambiato l’andazzo. Mi sono sposato.
Detto così può sembrare retorico, ma son convinto che sia proprio andata così.
E’ un matrimonio anomalo, part-time, fifty-fifty, max 3 giorni e 4 notti insieme alla settimana, un matrimonio che non ha ridotto rispetto a prima le occasioni di trovarmi in giro pel vasto mondo da solo, ma è comunque un matrimonio che ha trasformato il mio modo di viaggiare da solo. Me ne sono accorto col tempo, lentamente, empiricamente e con un lieve stupore, ma da quando c’è Donatella io non mi sento più solo mentre viaggio da solo.

Vero è (non per colpa di Dona, spero!!) che da quando sono anellato non ho più fatto quasi nessun viaggio universitario, ahimè le mie vacche scientifiche sono rapidamente dimagrite e decedute per carestia, quindi ho ridotto le occasioni di viaggiare all alone. Però sono aumentate parecchio le occasioni editoriali, niente Germania o Brasile ma Liguria e Piemonte come se piovesse, e se sei da solo sei solo a Darmstadt come a Montiglio Monferrato. Ma a Montiglio Monferrato non son solo.

Me ne sono accorto con piena coscienza alcuni mesi fa lungo la strada del Fajallo verso Urbe, mentre fotografavo la neve rossa per la sabbia caduta a fine febbraio, e poco dopo vedendo sgambettare in fuga leggera due caprioli nel bosco tutto bianco-rosso. Mi sono accorto di non aver pensato “porca miseria, guarda che bello, ‘sta neve sanguigna e i due animali che corrono, e non c’è nessuno qui con me ad accorgersene. Dovrò raccontarlo”. Evidentemente la mera esitenza di Donatella inqualchemmodo – come diceva il prof. Gaetano Gallinaro – mi basta, riempie i miei vuoti; lei sta lì seduta in macchina con me anche se apparentemente il sedile del passeggere sembra vuoto. Al massimo ci appoggio il telefonino. Ma Dona è lì.

In pratica ciò si traduce nel mio non avvertire più tanto la necessità di raccontare nei dettagli tutti i dettagli peculiari dei miei vagabondaggi, quindi da un certo punto di vista può sembrare un chiudermi in me stesso peggiore di prima. Boh, forse lo è. In realtà per me è una piacevolissima situazione. Mi fa sentire un po’ meno sprecone delle risorse del mondo, anche se in pratica non cambia nulla. Ed è una situazione tanto più gradevole in quanto non è stata per nulla preordinata, prevista, cercata. E’ arrivata e basta.
Da quando ne ho preso chiaramente coscienza, ormai lo do per assodato questo cambiamento. Viaggio da solo con più serenità. Sarà eterno? Muterà? Chissachilosà. Per ora è così, poi pomì.

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