Un po’ più di quattro anni fa, dicembre 2021, scrissi e divulgai un messaggio in cui rimuginavo un pochino di scienza e fede o meglio di connessioni tra la scienza e Dio: https://www.giannidallaglio.it/la-coscienza-quantistica/. Erano rimuginii nati da una interessante e per me inattesa dichiarazione del fisico Roger Penrose (un gigante della fisica del XX e XXI secolo).
Pochi giorni fa mi sono imbattuto in un articolo che in maniera meno esplicita ma altrettanto interessante riprende lo stesso argomento: https://www.passioneastronomia.it/neumann-e-se-servisse-una-coscienza-per-far-esistere-luniverso/.
Un po’ cito e un po’ aggiungo del mio: “la meccanica quantistica insegna che una particella è solo una probabilità finché non viene misurata. Nella meccanica quantistica una particella esiste in una sovrapposizione di stati. Non ha una posizione e delle caratteristiche precise fino a quando qualcuno la misura. A quel punto la nuvola di probabilità “collassa” in un punto e in uno stato definito. Il problema è capire cosa conta come una misurazione e chi sia il “qualcuno” che la esegue. Basta uno strumento automatico? O serve un essere cosciente? Se questa interpretazione fosse vera, porterebbe a tantissime nuove domande. Qual è il livello minimo di intelligenza necessario per costringere l’universo a manifestarsi? Un gatto che fissa un esperimento basta a far materializzare la realtà o serve per forza un cervello umano? E cosa succederebbe se a guardare fosse un’intelligenza artificiale molto avanzata? I fisici e matematici John von Neumann ed Eugene Wigner [due menti tra le più eccelse del pensiero scientifico del XX secolo] hanno spinto questa idea al limite, spiegando che per loro, senza una mente cosciente alla fine della catena che faccia collassare la realtà, il mondo tangibile si rifiuterebbe di prendere forma… John Archibald Wheeler, un altro gigante della fisica, spinse l’idea ancora più in là, proponendo l’esistenza di un “universo partecipatorio“. In quest’ottica le nostre osservazioni creano attivamente la realtà, portando ad essere noi quelli che tengono in vita l’universo, semplicemente tenendo gli occhi aperti”.
Ma se fosse così, quando “noi” non c’eravamo ancora, e non c’erano nemmeno i gatti e le intelligenze artificiali, come faceva l’universo a esistere? Anche se gli atei puri e duri inorridiscono (e dall’Illuminismo in poi di scienziati atei ce ne sono tanti, e qualcuno c’era anche prima, mi viene in mente Tito Lucrezio Caro, quello del De Rerum Natura), la risposta più semplice al dilemma mi sembra sia quella che tanti ritengono vera (e personalmente la trovo l’unica ragionevole e sensata): l’universo esiste perché c’è una mente cosciente che lo osserva, da sempre e per sempre, e quella mente cosciente è ciò che chiamiamo Dio.
