“Da quinci innanzi il mio veder fu maggio / che’l parlar mostra, ch’a tal vista cede, / e cede la memoria a tanto oltraggio” – Dante, Divina Commedia, Paradiso, canto XXXIII, vv. 55-57

In italiano moderno: “da qui in poi il mio vedere fu maggiore / di quanto si esprime col linguaggio, che viene meno di fronte a tale visione / e la memoria viene meno a ciò che tanto oltrepassa il suo limite”

Io non sono Dante e non sono andato a Meta (NA) nella Penisola Sorrentina, per vedere Dio. Il Giardino della Gallina Felice non è il Paradiso (nonostante “giardino” e “paradiso” siano etimologicamente sinonimi), Maria Damiani non è la Madonna, Salvatore Cosentino non è San Bernardo e l’amica compagna di viaggio sanremese Maurizia non è Beatrice. Però passeggiando in quel giardino in cui avevo messo piede l’ultima volta otto anni fa, beh, mi è venuto in mente Dante che quando arriva al cospetto di Dio, nell’ultimo canto della Commedia, dichiara senza vergogna che non riesce ad esprimere a parole i suoi pensieri e le sue sensazioni.

Perché, fatte le debite proporzioni, mi rendo conto che non so come raccontare con parole compiute e finite quel luogo e le sensazioni che ho avuto là, tra quegli alberi, quei fiori, quel mondo vegetale e animale e umano ordinatamente disordinato, elegantemente selvaggio.

Di cosa sia il b&b “La Gallina Felice” ne scrissi ripetutamente sin da quando, con Donatella, andammo laggiù per la prima volta nel 2003 (https://www.giannidallaglio.it/la-gallina-felice/, https://www.giannidallaglio.it/meta-di-sorrento/, https://www.giannidallaglio.it/la-gallina-felice-2/, https://www.giannidallaglio.it/sorrento/) e a parte galli e galline che non ci sono più (disturbavano il vicinato, pare) il resto è rimasto così. Non è vero, in un quarto di secolo alcune cose sono cambiate, accresciute, diminuite, poi sono arrivate recentissimamente due nipotine, Morgana e Tilia, eredi di una famiglia in cui le femmine sovrabbondano (le tre figlie Francesca, Claudia, Carlotta – ormai adulte e sparse per l’Italia – e anche la cagnona Emma, successiva a una Sofia, un’Amalia)…

Definirlo giardino è riduttivo; è un trattato di filosofia di vita, è la manifestazione esteriore di due anime profonde e complesse, quelle di Maria (che indubbiamente è la Mamma, la Domina, la Mente Creatrice) e di Salvatore (che nonostante il basso profilo che tiene, senza di lui il Giardino non sarebbe quello che è). Un trattato di filosofia in cui io con immensa umiltà (anche per ragioni pratiche, il mio giardino di Sanremo è molto più piccolo, assai meno esteso e meno ragionato) sento di ritrovarmi, sento di comprendere, di apprezzare, di amare. E non mi interessa (come mi pare non interessi a Maria) se alcuni comuni mortali non capiscono il modo di ragionare dei custodi di questi giardini e non apprezzano questo modo di essere giardino. Qualcuno ne rimane anche un po’ inorridito, non mi sono stupito quando Maria me l’ha confessato ma, per dirla col Poeta “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

Una filosofia di vita in cui c’è spazio per tanto di ciò che esiste al mondo e nella vita, nella flora, nella fauna e nei segni dell’umanità. Fiori rose cespugli alberi palme ceibe ninfee erbacce (cosiddette, ma non lo sono mai, è solo la cecità mentale umana che non sa apprezzarle) aiuole laghetti rotondi laghetti a stella vasi e vasetti una biblioteca foglie secche tartarughe arbusti gatti divani per fare conversazione merli statue che invitano al raccoglimento e alla meditazione volti in ceramica depositi della legna agapanti attrezzi da falegname e da carpentiere piastrelle tubi yucche lucine che illuminano il cammino nel buio della notte ipomee un drago in ceramica limoni un rifugio sull’albero strelizie poesie su teli di lino mossi dal vento (quella che ho citato in fondo è una di esse).

E il tiglio. Bello come un dio greco, sontuoso, grande. Quello sui cui rami salivano (quando c’erano, vent’anni fa) i galli e le galline felici per dormire la notte. Secondo me Tolkien quando inventò gli Ent e il loro maestro Fangorn/Barbalbero, protagonisti non del tutto secondari della saga del Signore degli Anelli, aveva davanti agli occhi alberi come il Tiglio della Gallina Felice. Un Tiglio Felice.

Non posso sapere se e quando tornerò ancora da Maria e Salvatore in quel Giardino. Per ora mi godo il piacere di esserci ritornato dopo otto anni e mi godo la gioia di sapere che il mio giardino sanremese continua ad avere un fratello maggiore, più grande e più saggio e altrettanto amato, a 880 km di distanza.

“Ai figli del tempo veloce

Riprendetevi il tempo dei semi
delle costellazioni
delle cove

siate il lichene
lo stolone muto sotto la terra
esigete la fissità delle stelle
e il canto delle cicale

riprendetevi il tempo
rotondo come un pomodoro”

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