È un po’ come quando cammini per una strada di città, che tra le auto e i palazzi ti accorgi improvvisamente di una cosa piccola e bella che passando con un po’ più di disattenzione non avresti notato; come quei fiori di papavero che spuntavano incongrui e coloratissimi da una fessura del marciapiede lungo una strada di Rieti.

Anche coi libri a volte funziona così: alcuni ti capitano per caso, perché qualcuno te li regala, e tu ringrazi ma lì per lì non sei molto interessato, ma quando li prendi in mano e li sfogli ti accorgi di qualcosa di bello che avevi rischiato di non notare.

Parecchi anni fa l’amica sanremese Anna Serra, medico omeopata (ma anche un po’ filosofa e ottima cuoca) mi donò due libretti di poesie di Lucia Serra, che era sua mamma (Lucia nacque con un altro cognome ovviamente ma nel profondo XX secolo spesso le donne sposandosi prendevano ufficialmente il cognome del marito e amen).

Pochi mesi fa mio zio Gianfranco mi diede un libriccino di poesie di Flavia Laini. Flavia fu la moglie di Romolo Cavo, cugino di mio padre e di mio zio, scomparsa anzitempo per malattia. Me la ricordo, se pur vagamente, con la sua faccia simpatica.

Non avevo mai saputo che questa vaga e lontana cugina avesse scritto poesie finché mio zio mi diede quel libretto. E anche qui, è come i papaveri di Rieti: la vita, fisica o spirituale, esiste e si manifesta (anche) in posti dove non saresti mai andata a cercarla. Mai avrei pensato all’esistenza di poesie pensate e scritte da Flavia “di Romolo”. E invece… Il ricordo di quella persona mi rimane vago come prima, ma adesso è una vaghezza un po’ meno vaga, adesso mi sembra di conoscerla un pochino di più.

A modo loro, attraverso quei libretti e quelle loro semplici poesie Lucia Serra e Flavia Laini continuano a vivere un po’, e non solo nel ricordo di chi le ha conosciute bene quando erano vive (Anna figlia di Lucia e Vittorio, Marco figlio di Flavia e Romolo) ma anche nel pensiero di chi ha letto le loro parole scritte e stampate. Non è materiale certamente per un Nobel per la Letteratura ma, come i papaveri in quel marciapiede dell’Umbilicus Italiae, sono dichiarazioni di vita, di esistenza che è bello conoscere.

Ne riporto una per ciascuna delle due “poetesse”; le ho scelte perché l’argomento (non allegro ma di interesse generale) è il medesimo ma l’esito è molto diverso; mi piace che si vedano le cose sotto punti di vista differenti.

Lucia Serra: Mi disperda il vento

Quando la vita / da me amata tanto / sarà stanca di me, / non mi lasciate / sola / sotto la terra, / non mi sigillate / in uno spazio angusto / ma, ridotta in cenere, / possa il vento / portarmi sopra il mare, / spargermi sui prati verdi, / nella luce, nell’aria / disperdendomi / fra tutto ciò / che mi fu caro / e non esisterà / la morte.

Flavia Laini: Luoghi natii

Un ironico sorriso / è il commento al mio desiderio / d’essere sepolta nel piccolo / e nudo cimitero di montagna. / Pure, se la morte è pace / quale luogo più quieto trovare? / E se è principio di novella vita / che magnifico nastro di partenza! / Di fronte, monti verdi e azzurrini, / in basso, l’ameno lago fiorito / e attorno, in semicerchio, / rocce dorate, abeti, larici e pini. / Io dormirò sotto un tappeto di muschio / ove cresceran l’elleboro e il ciclamino. / Non c’è luogo migliore / per vedere il sorgere del sole, / lo scatenarsi di un temporale, / la pioggia di stelle in agosto. / Nel profondo silenzio estivo, / rotto solo dal ronzare di api / e calabroni, volerà sopra di me / altissima, la rossa poiana / ed io mi sentirò a casa.

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