Avevo sentito parlare di Raimon Pannikar già parecchi anni fa; mi era sembrato un personaggio degno di attenzione ma non avevo approfondito. Ora ho trovato questa intervista su https://www.settimananews.it/religioni/la-dimensione-mistica-secondo-panikkar/ che mi sembra interessante. Per quel che capisco, mi piace il modo di ragionare di questo sacerdote cattolico spagnolo-indiano morto sedici anni fa.
“”L’ultimo volume scritto da Francesco Roat reca il titolo “La dimensione mistica secondo Raimon Panikkar “(Àncora, Milano 2026). Giordano Cavallari lo ha intervistato per noi.
Caro Francesco, nell’offrire al lettore qualche cenno biografico di Raimon Panikkar, puoi presentare la sua stessa sintesi di vita: «Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddista, senza cessare di essere cristiano»?
Quella celebre affermazione, probabilmente la più citata di Panikkar, è anche una delle più fraintese. A prima vista potrebbe sembrare la confessione di chi abbia progressivamente abbandonato il cristianesimo per approdare ad altre fedi. In realtà, egli intendeva dire esattamente il contrario. La sua esperienza dimostra come l’incontro profondo con altre tradizioni religiose non comporti necessariamente la perdita della propria identità, ma possa invece renderla più consapevole e più ricca.
La sua stessa biografia lo rendeva quasi naturalmente predisposto a questa apertura. Nato a Barcellona nel 1918 da padre indiano di tradizione hindu e da madre catalana cattolica, Panikkar si trovò fin dall’infanzia a respirare un clima di pluralità culturale e religiosa. Tuttavia, la vera svolta avvenne negli anni Cinquanta, quando si recò in India. Fu allora che comprese come l’induismo e, in parte, anche il buddhismo non fossero semplicemente sistemi filosofici o religioni “altre”, ma autentiche vie di esperienza del Mistero. Però lui resterà sempre sacerdote cattolico e continuerà a considerare Cristo il punto di riferimento decisivo della propria vicenda spirituale, pur interpretandone il mistero in modo assai originale.
Quella frase, insomma … è la testimonianza di un uomo convinto che la verità sia troppo grande perché una sola tradizione possa pretendere di esaurirla e che proprio il confronto autentico con l’altro possa rendere più profonda anche la comprensione della propria fede.
La sua «intuizione cosmoteandrica», cos’è?
È probabilmente la categoria più originale e più impegnativa elaborata da Panikkar. Egli stesso la considerava il cuore della propria riflessione filosofica e teologica. Il termine unisce tre parole greche: kósmos, il mondo; Theós, Dio; anér, l’essere umano. Nessuna di queste tre dimensioni può essere compresa isolatamente dalle altre.
La cultura occidentale moderna ha spesso separato ciò che invece, secondo Panikkar, appartiene originariamente a un’unica trama. Da una parte, si è pensato Dio come totalmente esterno al mondo; dall’altra, si è considerata la natura come un semplice oggetto da utilizzare; infine, si è posto l’essere umano al centro di tutto, fino a farne il dominatore assoluto del pianeta. La conseguenza è stata una molteplicità di fratture: tra fede e ragione, tra spirito e materia, tra umanità e natura.
L’intuizione cosmo-teandrica cerca invece di ricomporre questa unità senza confondere i diversi livelli della realtà. Non è una forma di panteismo, ma non è neppure il tradizionale dualismo che contrappone Creatore e creazione come due realtà totalmente separate. Piuttosto, tutto esiste nella relazione: il cosmo manifesta una profondità spirituale, l’essere umano è costitutivamente aperto tanto al mondo quanto al divino, e Dio non può essere pensato come estraneo alla storia e alla vita.
Nella teologia di Panikkar come stanno in relazione cristianesimo, induismo e buddhismo?
Panikkar è stato uno dei maggiori interpreti del dialogo interreligioso del Novecento, ma non sostiene che tutte le religioni siano uguali o che le loro differenze siano irrilevanti. Al contrario, reputa che ciascuna custodisca una particolare esperienza del Mistero, maturata nel corso di una lunga storia spirituale.
Per lui nessuna religione possiede il monopolio della verità, perché il Mistero eccede inevitabilmente ogni formulazione dottrinale. Ma questo non significa che tutte dicano le stesse cose. Ognuna illumina aspetti differenti dell’esperienza religiosa e, proprio per questo, può diventare dono per le altre. …
Da cristiano, Panikkar non ha mai smesso di confrontarsi con la figura di Gesù Cristo, ma ha cercato di mostrarne la portata universale dialogando con le categorie dell’induismo e del buddhismo. È proprio questa disponibilità ad attraversare i confini senza abolirli che continua a rendere il suo pensiero così originale e ancora sorprendentemente attuale.
Cosa lui intendeva per “Dio”?
…Panikkar diffidava delle definizioni troppo rigide di Dio, perché riteneva che ogni concetto fosse inevitabilmente inadeguato rispetto al Mistero ultimo. Per questo preferiva parlare di esperienza piuttosto che di teoria, di incontro più che di dimostrazione.
Dio non è anzitutto un “oggetto” del nostro pensiero, ma la realtà vivente nella quale siamo immersi e dalla quale continuamente riceviamo l’essere. Ciò non significa che il Dio di Panikkar sia un principio impersonale o una vaga energia cosmica, come talvolta è stato sostenuto. Egli rimane profondamente legato alla tradizione cristiana, ma ritiene che il linguaggio su Dio debba essere continuamente purificato dalle immagini troppo umane con cui tendiamo a rappresentarlo. Se riduciamo Dio a un ente separato dal mondo, a una sorta di sovrano collocato al di sopra del cosmo, finiamo inevitabilmente per impoverire tanto Dio quanto il mondo stesso.
Noi cristiani occidentali abbiamo molto da trattenere dall’opera e dalla vita di Raimon Panikkar?
Senza dubbio sì, anche se aggiungerei subito una precisazione. Panikkar, come ogni grande pensatore, lascia questioni aperte e alcune sue posizioni hanno suscitato vivaci discussioni in ambito teologico… Ciò che, però, mi sembra davvero fecondo è il suo invito a recuperare la dimensione contemplativa del cristianesimo. Nella tradizione occidentale abbiamo sviluppato straordinariamente gli aspetti dottrinali, morali e istituzionali della fede, ma talvolta abbiamo lasciato in ombra l’esperienza interiore. Panikkar ci ricorda che il cristianesimo nasce anzitutto da un incontro trasformante e non semplicemente dall’adesione a un sistema di idee.
Un secondo insegnamento riguarda il dialogo. Viviamo in società plurali, dove l’incontro con persone di altre religioni o culture è ormai parte della quotidianità. Panikkar mostra che il dialogo autentico non implica il relativismo, bensì una fede sufficientemente matura da non temere il confronto. Chi è davvero radicato nella propria tradizione può ascoltare l’altro senza sentirsi minacciato, anzi riconoscendo che proprio l’altro può aiutarlo a comprendere meglio sé stesso.
Non credo che Panikkar ci consegni risposte definitive. Piuttosto ci educa a porci le domande giuste. E forse è proprio questa la caratteristica dei maestri spirituali più autentici: non offrono formule da ripetere, ma aprono cammini da percorrere.
