“la casa sul confine della sera
oscura e silenziosa se ne sta
respiri un’aria limpida e leggera
e senti voci forse d’altra età…”

quanti sono i paesi delle montagne italiane che nel dopoguerra sono stati abbandonati e ora i muri in pietra delle loro case crollano a poco a poco e vengono coperti dalla vegetazione, che non sarà vorace e soffocante come nella giungla del Guatemala ma trangugia e divora avida i manufatti umani anche qui sull’Appennino nostrano…?

Uno di essi è qui dietro casa: Canate sta alla testata della valletta del rio Canate, affluente di destra del Bisagno, che segna il confine fra il comune di Genova (quartiere di Struppa) e quello di Davagna; in fondo, dove il rio affluisce nel Bisagno, c’è il grande ponte di Cavassolo dell’acquedotto medievale.
Il paesello sta su, a 530 metri di quota, nell’unico breve pianoro orizzontale (forse una paleofrana?) di questa valletta ripidissima, chiusa a nord dalle balze rocciose dell’Alpesisa e del monte Lago, che non fanno neanche i 1000 metri ma son monti da stambecchi tanto son verticali. Ci passa l’Alta Via dei Monti Liguri, su quelle cime da pecore: a sud Genova e la val Bisagno, a nord – nel versante padano – Montoggio e l’alta valle Scrivia.

“Canate, nucleo storico-rurale, secolo XII” dice la targa apposta dal Comune di Davagna all’ingresso di levante lungo il sentiero che giunge dal borgo di Marsiglia (anch’esso frazione di Davagna). Ma da Genova ci si arriva bene col sentiero di ponente, che parte dalla chiesetta agreste di San Martino di Struppa, 360 mt slm, una quindicina di km dal centro città, autobus 479 per chi non volesse usare l’auto.
Poi sono un’ora e 45 di camminata facile, prima fra olivi e casette antiche e abitate, poi nel castagneto con ruderi di case più antiche e deserte, indi fra i baratri coperti di lecci e corbezzoli dell’Alpesisa. Di tanto in tanto una cascatella di acque frescamente primaverili scroscia dall’alto, a volte formando piccolissime pozze, a volte creando minimi laghetti azzurro-grigi immersi nel verde fitto che pare impossibile siano a così poca distanza dalla città.

Non so quando Canate sia stato abbandonato e in effetti del tutto non lo è: arrivando abbiamo salutato un tizio che abita (sempre o part-time?) la prima casa di ponente, con fontana, cane abbaiante e physique du role da quarantenne ex-tossico no-global rastalternativo. All’estremità di levante del paese (ovvero cento metri più in là) c’è un prato comodo per picnic e con evidenti tracce di attività orticola: giovani albicocchi con meravigliosi fiori bianchi screziati di rosso vivo, seminagioni di cipolle e altre verdure, e 6 gatti bellissimi, affettuosi, di bel pelo e ben pasciuti, che non può essere una dieta di topolini e uccelletti a mantenerli così in forma. Ci dev’essere qualcuno che magari solo la domenica vien su, coltiva, zappa, sarchia e nutre i felini.
Però le case, che tristezza! Vuote come il teschio di Yorik, senza porte e finestre, alcune coi tetti e i muri crollati, appaiono fra l’edere certi travi possenti e scure che però nulla han potuto contro il degrado del tempo e del maltempo. Entrando in una delle meglio conservate, mucchi di spazzatura che mi chiedevo se sono stati gli abitanti che andandosene hanno lasciato lì le loro inutilità che poi nei decenni sono marcite, o se è il banale vandalismo di gitanti barbariti che hanno negli anni accumulato le loro schifezze domenicali anziché portarsele a valle; poi roba ancora ragionevole: un comò in legno con cassetti, una testiera di letto in ferro, parti di cucine contadine…
In queste occasioni mi torna sempre in mente una antico compito di latino del liceo dove si traduceva Cicerone che si doleva della “caducità delle cose umane”. Eccola qua, la caducità delle cose umane, non è necessario andare a cercare le rovine di Cnosso o di Troia, le piramidi Maya o il foro romano, per constatare come le cose umane siano caduche: basta una breve gita del sabato nella campagna a ridosso della città fino a un paesello agricolo lasciato a morire senza una strada.
Curiosamente, non abbiamo trovato chiese: forse Canate era un covo di massoni mangiapreti, o più probabilmente i canatesi andavano a messa a Marsiglia, che per gente contadina usa ad muoversi a piedi non doveva apparir lontano.

Canate sarebbe un ottimo posto per inventarsi un borgo agrituristico, o un centro olistico, o una beauty-farm vegetariana, o un centro di agricoltura sperimentale o un villaggio medievale telematico o…. se solo ci fosse una strada e i soldi e la capacità di ristrutturare tutto. Come è stato fatto in altri paesi di montagna abbandonati e variamente recuperati: Colletta di Castelbianco, Torri Superiori di Ventimiglia, per dirne due – molto diversi fra loro negli esiti – in Liguria.

O forse è meglio che Canate rimanga così. Abbandonato, popolato da un bizzarro signore con cane e codino e da una colonia di gatti floridi, qualche alberello in fiore e molte case crollanti zeppe di rumenta. Una piccola ghost town nostrana, dove è bello intrufolarvisi in un sabato di prima primavera, curiosare fra le rovine e sonnecchiare sul prato sotto i fiori di albicocco.

(Scritto il 5 aprile 2006)

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